Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Inattesi incontri all’uscita dalla scuola


Alcuni giorni addietro sono stato a prendere la mia nipotina in uscita dalle elementari, prima di pranzo. Frequenta la stessa scuola che ebbe la ventura di avere tra i banchi prima me e dopo mia figlia, secondo un’edificante tradizione. Questo per sottolineare a che punto arrivi la sedentarietà in questa cittadina di provincia, dove da secoli gli stessi cognomi riempiono i registri di battesimo, matrimonio e morte nelle parrocchie.
Nulla o quasi era cambiato: i medesimi giardinetti; il viavai dei bambini dal cancello; la totale assenza di sinistri personaggi pronti a offrirti una caramellina intrisa di droga.

Piuttosto ho notato con compiacimento quanto sia varia la tipologia dei frequentanti.
Ai miei tempi gli unici forestieri erano rari meridionali, figli di quegli eroi tanto coraggiosi da addentrarsi in queste lande; sfidare i pregiudizi; mettere in conto il rifiuto degli alloggi perché “sön nên di nosti!”, e che con santa pazienza s’incamminavano sull’irta e ardua via dell’integrazione.
Ne avevo uno in classe anch’io e – a vederlo così – non pareva poi così diverso da noi, forse perché da timido qual era non ci mostrò mai le zampe caprine, la coda e le corna.
Adesso la moltitudine di colori è evidente. A sottolinearla sono più le madri che non i pargoli, vestite con tinte sgargianti e abiti lunghi; con altri bimbi più piccoli per mano; il chiacchiericcio facile tra loro. Si differenziano da certe mamme nostrane invece in tuta da ginnastica; quasi tutte in pantaloni; molte con lo smartphone acceso per ingannare l’attesa.

Questioni di scelte, nulla di male. Anzi, è pure bello constatare la varietà.

Alla mia epoca madri e nonne che aspettavano gli scolari uscire al suono della campanella, bardati con grembiule nero e fiocco blu, erano sempre acconciate come se andassero in chiesa o dal medico: ben vestite, pettinate a dovere, imbellettate.
Erano “madamin e madame” che non lavoravano, mica perché disoccupate, bensì grazie al marito che provvedeva a tutto. Spesso pure a limitarne libertà e autonomia. Per inciso… ci si separava e si divorziava di meno, in quegli anni: chissà per quale oscura ragione, nevvero?
La buona parte delle restanti non veniva ad aspettarci. Non per disaffezione o per cinismo: a loro toccava cucinare per la famiglia – come faceva la mia –, oppure erano di turno in fabbrica.
Noi rincasavamo a piedi, sfidando gli stessi pericoli di sempre: guardoni, spacciatori, rapinatori seriali, guidatori forsennati, pedofili, orchi e lupi cattivi.
Adesso per fortuna la consapevolezza delle perigliose calamità ha reso guardinghi familiari e tutori: diverse solerti madri accompagnano le creature con il SUV fin dove la crudele ordinanza del sindaco consente loro di giungere – mai abbastanza vicino all’aula scolastica, però – prima della zona pedonale inibita al traffico.
I bambini, a loro volta, sono equipaggiati con cellulari per notificare situazioni di sospetto. Perché – va riconosciuto – nei turbolenti giorni d’oggi non vanno scartate nuove e più cruente eventualità di reato, con tutta questa gente scura di pelle che vaga per le vie, senza che ci sia dato di sapere cosa frulli loro in testa.

Rapimenti e richieste di riscatto potrebbero avvenire con la stessa noncuranza con cui una volta si borseggiavano le anziane; e chi potrebbe scartare un attentato a sfondo religioso? Con la globalizzazione pure una ridente località di provincia ha pari dignità di una metropoli urbana, soltanto che a sorvegliare qui ci stanno i “nonni vigili” che fanno quel che possono… mica si può pretendere che sappiano a menadito – e soprattutto che se le ricordino – le teorie lombrosiane per riconoscere all’istante l’uomo delinquente, l’atavico criminale!

Me ne stavo appoggiato a un pilastro, in attesa d’intravedere la nipotina.

Frotte di imberbi fanciulli mi passavano dinnanzi. A vederli così capivi subito che l’incoscienza dell’età impediva loro di percepire tutti i nefandi pericoli delle infelici congiunture odierne.

Erano sereni, urlanti, e di sicuro affamati. Molti mi scrutavano: non avendomi mai visto dovevo averli incuriositi.
Mi è frullata in mente la peregrina ipotesi che, scorgendo un uomo dalla lunga barba ingrigita e la pinguedine d’ordinanza, potessero avermi scambiato per Babbo Natale, in incognita.
Per un attimo ho cullato l’idea di disilluderli con uno sguardo truce e spaventevole, giusto per far loro comprendere che la realtà è di gran lunga meno fantasiosa di quanto si pensi.
Poi ho desistito: bastano e avanzano le apprensioni di taluni genitori per questo ingrato ma doveroso, essenziale e imprescindibile compito familiare.

Nel frattempo è arrivata la nipotina, che non s’aspettava di vedermi. Le ho subito comunicato che a pranzo il menù avrebbe contemplato sassi di fiume impanati. Mi ha sorriso, come suo solito.
Sa che zio le spara grosse… vive di fantasia.
Lui.

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