Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

La campagna è bella. Quella elettorale dipende.


La campagna mi è sempre piaciuta.

I miei nonni erano contadini, e ammetto che i ricordi d’infanzia delle vacanze spensierate nella loro cascina ne condizionino il giudizio.

Mi ritengo fortunato: ci sono persone che non sono mai entrate in una stalla o in una porcilaia; non hanno visto fertilizzare la terra e neppure sanno del maggese o delle semine nei campi. Si vive comunque ma, a parer mio, sono esperienze che vale la pena sperimentare, se possibile.

Le elezioni politiche abbinano lo stesso termine per descriverne i preparativi: campagna elettorale.

Per qualcuno pure l’immaginario sarà il medesimo, tipico degli spot televisivi, con atmosfere bucoliche d’altri tempi, dove giovani e aitanti coltivatori accarezzano la verdura, così maturerà meglio; pollastrelle giulive scorrazzano nell’aia linda e curata, dopo aver fatto l’uovo; felici ragazze sorridono alla frutta, che ricambierà con confetture prelibate; il sole splende su ondulate distese prative, e bacia tutti, belli e brutti.

A ben pensarci ci sono altre analogie: certi partiti o taluni movimenti contano di mungere gli elettori dopo averli allevati con promesse; o di farne salami e prosciutti, per lenire l’appetito quando la pancia brontola.

Applicano strategie che odorano del letame sparso nei prati, sebbene non concimino quanto quello bovino.

Seminano parole, metafore, gesti, sperando che attecchiscano e mettano radici:

«Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet; si autem mortuum fuerit, multum fructum affert».

Perfino la stesura delle liste ricorda la falciatura della prima erba della stagione primaverile.

Poi… le citazioni evangeliche sulla separazione del buon seme dal loglio si sprecherebbero: sulla zizzania Renzi docet.

campagna

La campagna elettorale: questa sconosciuta

Va dato atto che c’è chi inforca la bicicletta e s’addentra per le stradine di campagna. Osserva il paesaggio; pedala lungo i filari dei prati, i fossi d’acqua, le vie sterrate. Magari fa visita a un podere, così come c’è chi guarda alla competizione politica senza per forza essere un militante.

La campagna elettorale però – nella sostanza – si direbbe sconosciuta ai più.

Ciò non impedisce di parlarne, e pure tanto, quasi che basti una pubblicità del Mulino bianco o di qualche vinello industriale per sapere tutto della campagna. Chissà… arrivando a credere che le galline parlino davvero o che l’uva vada per forza pigiata con i piedi per farne un vino di ottima qualità, da imbottigliare in un suadente cartoccio di Tetra Pak.

È la prima volta che mi capita d’assistere a un’opera di propaganda e di proselitismo così diffusa, per mano di persone estranee alla politica che non mi sarei mai immaginato nei panni di portavoce d’istanze e di slogan altrui, riproposti con una fede degna di un crociato, al quale basta un «Dio lo vuole» per mettersi in marcia.

Dovrebbe essere un segnale positivo: i cittadini si risvegliano dal torpore dei decenni passati e iniziano ad attivarsi, ciascuno con i mezzi propri e con le migliori intenzioni.

Les citoyens

Invece ho l’impressione che a sollecitare questa inedita passione per la campagna elettorale non vi sia la volontà di compartecipare al bene pubblico, alla creazione di una società migliore.

È un’impressione, non una certezza: per molti la campagna elettorale ha tutto il sentore della vendetta. Servita fredda, dopo gli anni dell’antico regime.

Astio, acredine, rabbia. E diktat. Quanti! Indiscutibili, non negoziabili, incontrovertibili.

Ebbene, tanto mi piace la similitudine con la campagna che circonda il contesto dove vivo, quanto adesso mi turba il clima che si sta creando, che accomuna “campagna” a un altro termine, ben più nefasto.

La campagna di guerra

È verbale – in certi episodi purtroppo si è passati pure ai fatti, sebbene simbolici –, intessuta di cattiverie, di colpi bassi e razzismo, d’istigazione perfino contro i diritti altrui, sebbene dimezzati e ottenuti a lacrime e sangue. Aizzata con le paure; con i “distinguo”, con l’alzata di scudi; propagandata con le accuse, gli sfottò, le umiliazioni, gli stereotipi.

campagnaQuando entrerò nell’urna, il mio voto andrà a chi avrà saputo evocare la bellezza dei campi puntellati di papaveri rossi; le distese di grano maturo, foriero di pane; la leggiadria degli uccelli d’ogni sorta liberi di volare nel cielo senza preclusioni; la laboriosità delle formiche.

E pure il canto della cicala.

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