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La cittadinanza declinata: ius sanguinis ius soli ius culturae


Nei giorni trascorsi si è sentito, letto e parlato di diritto alla cittadinanza, usando il latino.

Ottima scelta: va bene con tutto; è fine e non impegna; ricorda le messe di tridentina memoria. Inoltre penso sia di buon auspicio, perché a nominare “diritti di…” in italiano – o in inglese durante la pax rentiana – non è che abbia portato granché bene, a giudicare dal passato recente.

Diritto di sangue, oltretutto, suona parecchio cruento: pare una rivendicazione degli eredi del conte Dracula. Inoltre il termine possiede il fascino dei privilegi di casta, come un titolo nobiliare da tramandarsi di padre in figlio. Primogenito.

Lo ius sanguinis lo si gode grazie all’intraprendenza dei genitori, oppure all’amante d’uno dei due, non per forza italiano. Anche in virtù di qualche valigia di cartone, un biglietto di sola andata e il nostalgico ricordo del trisnonno emigrato: poco importa se nessuno dei discendenti abbia più messo piede in Italia. Votano e, con la loro parte, determinano le sorti della nazione.

Ne godo anch’io dello ius sanguinis, sebbene non abbia alzato un dito per guadagnarmelo. E mi sta bene: da che mondo è mondo questa è una condizione incontestabile.

Basterebbe abolire i confini e cesserebbe, ma è un’utopia che con questo caldo estivo può essere discussa solo al bar, con una birra fresca in mano.

A parer mio

l’unico jus sanguinis che andrebbe salvaguardato è quello di nascere con il peccato originale Condividi il Tweet

ma per discettare su questo occorre far le ore piccole, e ben più di un boccale di bionda.

 

Le altre vie – in salita – per avere la cittadinanza

La cittadinanza si può ottenere pure in altri modi, al di là di sposarsi un nostro connazionale.

Tocca sudarsela, come tutto ciò che conta davvero.

Si sta affrontando la questione in parlamento, per delle alternative.

L’approccio, come avranno visto in televisione gli appassionati del trash, è il solito degli attuali padri della Patria dinnanzi ai temi etici, morali, impegnativi: alla Camera hanno trionfato serietà, pacatezza, dialettica costruttiva.

In Senato magari emuleranno le gesta o – chissà – forse supereranno ogni umana immaginazione.

Molto dipenderà pure da quelle camicie verdi che fino a poco fa denigravano la bandiera tricolore, rinnegavano la nazione invocando la secessione, ingiuriavano la Capitale, che adesso son più patriote di Mazzini e Garibaldi con i Mille al completo messi insieme. In aggiunta ai difensori dell’italica purezza, che stanno perdendo il sonno.

Ius soli temperato: potrà diventare cittadino italiano chi è nato qui da genitori stranieri, se almeno uno di loro ha un permesso di soggiorno continuativo e risiede legalmente nel Bel Paese da cinque anni, senza interruzioni.

Insomma: abitare per un lustro in Italia; restare in regola con documenti, burocrazia, lavoro, pagamenti onerosi dei balzelli e nel contempo rimanere ligi alle leggi, evitando pure le discussioni condominiali… è un’impresa talmente inverosimile che chi l’ottempererà riceverà in premio la cittadinanza a beneficio della prole venuta al mondo sul nostro patrio suolo.

Ius culturae: potrà assurgere all’ambito ruolo di cittadino italiano il pargolo di genitori stranieri che abbia frequentato almeno cinque anni di percorso formativo, se è giunto qui prima dei 12 anni. Chi, minorenne, è arrivato ben dopo l’età della Prima Comunione ma risiede da almeno sei anni nella terra dei santi, dei poeti e dei navigatori potrà richiederla se avrà frequentato un ciclo scolastico o d’istruzione professionale, dal quale ne sia uscito con un titolo di studio in mano o una qualifica. Non ho idea se in Senato discuteranno intorno a corsie preferenziali per i minorenni che abbiano frequentato le orsoline.

Ma perché tanto clamore sulla concessione della cittadinanza?

Sinceramente non riesco a spiegarmelo. Mi sembra così scontato concederla a chi possiede questi requisiti, che m’è venuto di parlarne con amiche e amici per i quali è toccato invece un travaglio non da poco per ottenerla.

Si è dischiusa una realtà surreale, come nel caso di Franc, studente del Politecnico, d’origine albanese, ma radicato da una vita nella mia città, dove ha frequentato il liceo. M’ha raccontato d’aver donato, a suo tempo, le proprie impronte digitali allo Stato, e soltanto quando ricevette la cittadinanza vennero distrutte.

O Nidal, nato in Marocco ma residente qui da tempo immemorabile. Anch’egli con percorso liceale prima e universitario poi. Ha ottenuto la cittadinanza, ma quando due anni fa portò degli amici italiani in viaggio in Marocco a lui toccò una visita “supplementare” di controllo all’aeroporto, nonostante i documenti in regola, con annessi interrogatori e verifiche del tutto fuori luogo.

È paradossale che proprio coloro ai quali la cittadinanza non verrà concessa, se non dopo uno sfibrante calvario, abbiano un senso d’appartenenza ben più spiccato di molti di noi.

Comunque, per questo articolo, tre amici si son resi disponibili a dire la propria, ciascuna secondo un percorso differente: Shalini, nata in India, adottata in Italia e quindi cittadina di diritto; Nidal, nato in Marocco e oggi cittadino italiano; Ayoub, pure lui proveniente dal Marocco, che ancora attende.

Clicca sul profilo di ciascuno per scoprire la sua storia e il suo punto di vista!

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