Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

La prima cotta, disvelata dopo 30 anni


Una cotta – probabilmente anche più d’una – l’abbiamo avuta tutti nella vita.

Il fatto è che non sempre a questa segue un riscontro: capita… quando uno se la tiene per sé, o qualora entrambi non possiedano facoltà telepatiche.

A me accadde alle superiori, allorché a scuola arrivò una ragazza molto carina, più giovane di tre anni, della quale m’infatuai come uno stakanovista per gli straordinari.

Fin da allora, in merito, il fato mi preconizzava un futuro tutto in salita, imperlato dal sudore, dalle incognite e dall’altrui compassione. O quasi, insomma.

Ho sempre guardato a chi osa esporsi – anche quando il confronto è impietoso –, con un misto di ammirazione e di pietà.

Ammirazione perché di rado ho avuto quel genere di coraggio che talvolta lambisce la sfrontatezza, proprio di coloro che si fanno avanti perfino laddove il buon senso implora a squarciagola una dignitosa astensione. Spesso in barba a qualsivoglia legge di natura o a principi dell’estetica essi riescono nella sfida improba: sfacciataggine; capacità di vendersi bene; oppure l’intuito che premia per aver inteso quanto all’altra parte l’aspetto fisico contasse poco.

Un ardire che in me di norma fa difetto.

Pietà, perché il solo presentire lo smacco e l’umiliazione per un diniego mi getterebbe nello sconforto più nero.

«Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo»

scrive l’attuale pontefice nell’Evangelii gaudium.

cotta

Una cotta struggente

La cotta incanalata, generata da un colpo di fulmine o alimentata a fuoco lento, predispone a una passione coinvolgente quando è condivisa. Il medesimo ardore che brucia i sensi non scema se la sbandata sia di uno soltanto. Purtroppo in questo caso è un logorio squisitamente personale.

Nella sventura, impietosa quanto basta, la sorte pensò bene di aggiungervi del proprio: il compagno di classe che condivideva con me gli studi se ne uscì di collegio proprio quell’anno ma continuò a frequentare la scuola dei lassalliani dove ci recavamo ogni mattina.

Assai più intraprendente, seppe farsi avanti, e dunque nel tragitto piuttosto lungo investiva il tempo in classiche attività sentimentali.

Giocoforza che spesso vivevo un misto tra l’imbarazzo e la tortura, sebbene nessuno di loro ne avesse colpa, essendo del tutto ignari di quanto provassi.

Passarono i mesi, giunse l’estate e con quella terminò la mia macerazione come un’anguilla in carpione.

Dopo la maturità staccai con tutto ciò che riguardava gli anni travagliati e nefasti del collegio, e grazie all’inesorabile trascorrere del tempo il passato riposò sotto una spessa coltre di oblio.

Quanto è piccolo il mondo nell’era dei social!

Qualche mese addietro mi è arrivata una notifica su facebook per avvisarmi di un’iscrizione alla pagina social di questo blog. Ho sgranato gli occhi nel leggervi il nome: con gran piacere infatti si trattava di un ex compagno di collegio del quale avevo perso traccia.

Chi poteva immaginarsi che perfino l’ignorante con stile sarebbe stato utile nel riscoprire un vecchio e caro amico? La settimana scorsa, grazie a un suo passaparola, mi ha contattato un’altra compagna per domandarmi l’amicizia.

Fin qui tutto nella norma secondo una delle impostazioni basilari del social: rimettere in contatto amici, conoscenti, chi s’era perso di vista.

Chi cerca trova

A questo punto si è risvegliata in me la curiosità di appurare se all’appello vi fossero altri nomi accomunati da quell’esperienza lontana nei decenni.

E così ho scoperto inaspettatamente proprio il suo, tra gli amici.

Mi ha procurato una strana sensazione, capace di farmi esitare sulle prime se cliccare o meno sopra il profilo.

Nel contempo mi tornavano alla mente frammenti distanti, mai riesumati dalla memoria: stralci di scene; ritagli di episodi; scorci degli anni scolastici.

Visi, situazioni, emozioni, perfino ansie dimenticate. Un mondo sommerso che tornava a galla, a cui si collegavano scelte sofferte, frustrazioni, sacrifici, rinunce.

Tutto il bagaglio di costrizioni e di perdite di cui fu costellata l’adolescenza, capaci soltanto di lasciarmi con un retrogusto amaro e repellente addosso, ripensandoci.

Eppure, nel buio di quel periodo travagliato, una delle poche sensazioni che adesso avvertivo come belle e positive era proprio la cotta per lei.

Ne ho sorriso, ora che m’addentro nel mezzo secolo, con un’esistenza in buona parte già vissuta, nel bene e nel male.

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“E la sventurata rispose”

A contattarla non avevo alcun problema, consapevole che le sarei parso un perfetto sconosciuto.

La questione stava piuttosto nel convincermi sul perché farlo anziché astenermi. Dopotutto che senso poteva avere dopo oltre trent’anni, peraltro in relazione a una vicenda etichettabile a cotta da adolescente brufoloso!

Per strapparle una risata, ho pensato. Ché a me accadrebbe questo, se a distanza di tanto tempo una persona mi confessasse d’essersi presa una cotta quando fummo ragazzini.

Ma in fondo in fondo c’era dell’altro, ed era legato proprio alle sensazioni sprigionatesi dalla circostanza attuale.

Le medesime per cui ho deciso di scriverne qui invece di mantenere la storia nel novero delle faccende private.

Ci s’illude che il passato, e con questo le scelte fatte, svaniscano con il trascorrere del tempo.

In parte è vero, e riguarda le contingenze di quel preciso momento della vita; in parte no: esse possono riemergere, fosse pur soltanto come ricordi o rimorsi oppure rimpianti. Ebbene, laddove si ha l’opportunità di affrontare il passato – a parer mio – è buona cosa non soprassedere.

Non per forza per porvi rimedio, per sanare, per proseguire ciò che s’è lasciato inevaso, bensì per chiudere il cerchio, per mettervi il classico punto sulla “i”. Se del caso abbozzando un benevolo e indulgente sorriso sull’ingenuità della giovane età.

Le ho scritto, narrandole a sommi capi dell’esperienza: lei è stata molto cordiale nel rispondermi.

Un’esperienza singolare, perfino leggiadra… proprio come talvolta accade per una cotta 😉

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