Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

La ferita provocata da una parola non guarisce


Ci sono iniziative, proposte o sortite che una volta lanciate diventano una moda, e durano il tempo bastevole a una nuova tendenza di soppiantarle. Ve ne sono invece che hanno un tale successo da rimanere imperiture – semper et pro semper – o, almeno, sono capaci di durare secoli e secoli.

Mosè divenne famoso per aver raccolto in dieci punti il manuale del perfetto credente: fu un trionfo. Vabbè… glieli scrisse il Padreterno… giocoforza che partisse avvantaggiato.

Da allora chi ha proposto contenuti in sintesi schematica ha adottato quel sistema, forte della formula vincente. Nessuno sarebbe tanto bizzarro da stilare un decalogo in nove o undici punti, storpiando il significato del termine.

È uscito da poco il “Manifesto della comunicazione non ostile”, strutturato – non a caso – in dieci proposte. Per avere lumi intorno a chi l’abbia concepito e su come sottoscriverlo basta andare su questo sito: Parole O_Stili dove, oltretutto, è possibile scaricarlo e farlo girare sui social; stamparlo, incorniciarlo e posizionarlo vicino al pc, all’occorrenza; tradurlo nella lingua più congeniale, come han fatto i sardi con ammirevole intraprendenza.

Buona cosa è farlo conoscere: condividere il manifesto sui social non restituisce la giovinezza ma potrebbe far miracoli comunque.

A differenza dei Comandamenti queste non sono norme di legge bensì riflessioni.

Precetti, giusto per rivestirli di una certa aura, seppur profana.

A prima vista sembrerebbero perfino scontati. Li si potrebbe confondere con le dichiarazioni stampate sui baci perugina o con le frasi fatte che trionfano sopra tramonti mozzafiato, tazzine di caffè, sguardi di gattini-pargoli-donne alla finestra-cieli stellati che tanto fanno la gioia di chi augura il buongiorno su Facebook o veicola perle di saggezza come se non ci fosse un domani.

L’equivoco nasce fraintendendo la semplicità con la banalità.

Una moderata riflessione, che vivaddio non esige il logorio delle sinapsi, ne svela l’importanza.

C’è chi crede che, appena preso il largo nel mare magnum del web, la navigazione renda invisibili o ci trasformi in supereroi, oppure in leoni da tastiera. Pare inverosimile ma bastano due parole mal poste, una bestemmia o una volgarità per connotarci per quel che si è. Presentarsi in pubblico senza aver visto una doccia dai tempi del diluvio universale, con vestiti chiazzati di sudore e insigniti di macchie al pari delle decorazioni sul petto di un generale non fa di noi un modello di virilità; al pari, l’esprimerci in maniera disdicevole non ci rende dei temerari della comunicazione.

Nessun premio – che mi risulti – è previsto per il commentatore più veloce: bruciare per un nanosecondo il concorrente che dice la sua sotto un post, soltanto per lasciare testimonianza di sé, privando i lettori della gioia di comprenderne il senso… non avvantaggia nel Guinness dei primati, perché non esiste la sezione per masochisti.

Su internet alcuni si sentono emuli del re Sole, manco venissero investiti di potere per volere divino. Sentenziano, giudicano, emanano verdetti senza aver valutato l’opinione altrui. Magari lo fanno a scapito della comprensione di quanto si discute, aggiungendo alla supponenza pure l’acume tipico dell’insipiente. Spesso sono gli stessi che s’indignano nel momento in cui qualcuno fa loro intendere che non può esistere più di un Dio, perché due esseri infiniti, eterni, onniscienti sarebbero inconcepibili. È già ostico pensarne uno tra le nuvole, con il triangolo dietro la testa, figuriamoci ritrovarsene altri a chattare, postare e commentare sui social.

Certi, per il solo fatto che le loro parole non siano impresse con l’inchiostro sulla carta, pensano che di quanto scritto a video non rimanga traccia. Di conseguenza si permettono il lusso di offendere, insultare, screditare, inventare su chicchessia. Il fatto è che quanto lasciato sul web non sparisce soltanto perché con un mouse si fa scorrere la barra laterale! Resta, può ferire o indignare, ed è passibile di ritorsioni legali. Chiudere la videata non è proprio come cancellare la lavagna di classe dopo aver fatto le caricature del prof durante l’intervallo.

La condivisione è buona e giusta. Consente la fruizione di articoli, di riflessioni, di contributi. È anche un modo per attestare a chi ha prodotto il contenuto che lo si è gradito e lo si è ritenuto talmente valido da pubblicizzarlo ovunque. Una pratica lodevole, gratuita e altruista, ma il risvolto della medaglia c’è, eccome: se ciò che decidiamo di mettere in circolo è un testo menzognero, nocivo, deleterio, siamo responsabili allo stesso modo degli untori che diffondevano la peste contagiando le città.

Lo scambio di idee è il bello dei social. Ma proprio perché diverse, differenti e divergenti possono alimentare tensioni, soprattutto se la tesi in questione è molto sentita. Che si tratti di disquisire sugli ingredienti per un sugo o sulle scelte politiche di un partito, sulla tragedia delle scie chimiche o della qualità della vita in un’altra galassia… un conto è confutare l’opinione altrui… un altro è fare del contendente un bersaglio come se fosse san Sebastiano alla colonna.

A parte che le considerazioni possono mutare – ché nel regno delle idee soltanto i dogmi della fede si ritengono incontrovertibili –, non è implicito che chi ne professa di alternative alle nostre sia vocato al martirio. Magari tiene famiglia, è pure debole di cuore, e – chissà – vorrebbe vivere felice ancora per parecchio. Invece taluni, una volta eseguito l’accesso sui social o nei blog, si direbbe che sentano l’impellenza di dar fondo al proprio arsenale d’improperi, cattiverie e ingiurie. Hanno la fregola dei gatti in calore in primavera. Si trasformano in strateghi di una guerra all’ultimo colpo: assaltano, assediano, colpiscono con una foga degna dei più indomiti selvaggi.

Tanto spreco di bile ed energia senza perdere un etto è inverosimile: potrebbero darsi all’agonismo e in men che non si dica si trasformerebbero in sportivi olimpionici.

O in amatori lussuriosi, se soltanto incanalassero la foga nell’arte della seduzione.

L’ultimo punto che chiude in bellezza il decalogo mi ricorda un motto dipinto in una sala del castello della mia ridente cittadina. Nella sua concisione lo trovo alquanto eloquente:

«Vorej senza parlar esser inteso».

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L’immagine in copertina (ritaglio) e il proverbio citato nel titolo sono tratti da Parole O_Stili, che ringrazio per la gentile concessione all’uso.

Oltre al link al sito citato sopra, è possibile collegarsi anche alla pagina facebook: “mipiacciatela” senza ritegno e sottoscrivete il Manifesto, mi raccomando: siamo ignoranti “con stile”… non per nulla 😉

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