Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

La mia maestra


Un sabato mattina di qualche settimana fa sono uscito di casa per far commissioni. Come di consueto ho preso un caffè al bar, ché nel fine settimana ha pure un sapore più piacevole perché te lo gusti in santa pace, senza il timore di far tardi al lavoro.

Uscito dal locale, sotto i portici mi son trovato davanti la mia maestra delle elementari. L’ho riconosciuta subito benché siano trascorsi decenni e decenni, dato che è rimasta la medesima di allora. Immutata come i dogmi della Chiesa. La qual cosa ha dell’incredibile.

Donna austera, non riuscirei a figurarmela in un salone di bellezza o in una clinica estetica a farsi tirare la pelle, iniettare botulino, ritoccare i lineamenti o piallare le rughe.

Non credo di difettare di fantasia eppure, per quanto sia fervida, la mia non arriverebbe mai al punto d’immaginare la maestra che stipula un patto con il diavolo; ancor meno potrei pensarla in costume da bagno, intenta a tuffarsi nella fonte dell’eterna giovinezza.

– Magari ha un proprio ritratto in soffitta, – mi è venuto in mente –, o conserva gelosamente il sacro Graal nella credenza in salotto: ogni tanto lo porta in tavola e beve alla coppa –.

È stupefacente. Al pari della pelliccia di cincillà che indossa con la medesima, rigida, statuaria, signorile posa con la quale faceva ingresso in aula: pure quella ha resistito all’usura, all’inesorabile trascorrere del tempo, alle tarme.

Un filo di rossetto vivo; la chioma scolpita dalla lacca in una massa omogenea, senza un capello fuori posto, che adesso tiene contenuta da un cappellino anch’esso grigio; gli orecchini di perle: incontrarla ha sortito l’effetto di ringiovanirmi di quarant’anni!

Poi m’è accaduta la stessa esperienza di quando, per puro caso, inali un profumo capace di far affiorare ricordi dimenticati, o allorché, d’improvviso, trasmettono alla radio un brano che fece da colonna sonora a esperienze lontane che ti sembra di rivivere come se fosse ieri: ebbene… ci siamo scambiati due parole.

Il tono di voce ha mantenuto quell’inflessione ferma, ma calda allo stesso tempo, che comunica una subitanea autorevolezza. Tanto che proprio io, di solito spigliato nelle conversazioni, d’istinto mi sono irrigidito nel medesimo sacrale timore che provavo da piccolo. Mi ha turbato!

È stato come se una vita intera si fosse cancellata d’improvviso, e mi sia ritrovato a dover rispondere timidamente, con riverenza, tanto da soppesare le parole nel timore di dire qualche castroneria, manco fossi stato in piedi davanti alla cattedra, sottoposto a un’interrogazione.

Eppure il fremito che mi ha scosso non mi spaventava come quando in classe i suoi irremovibili rimproveri aleggiavano tra i banchi, raggelandoci. Piuttosto avvertivo l’ambigua sensazione di sentirmi fuori luogo, quasi a disagio, perché al posto del grembiulino nero e del fiocco blu indossavo un cappotto, e pure la lunga barba grigia pareva un corpo estraneo.

Si è dilungata nel complimentarsi su quanto da piccolo fossi zelante nello studio. Di quegli anni non ho che pochi, nitidi e certi ricordi, e di sicuro tra questi non annovero d’essere mai stato bravo a scuola: perlomeno c’erano compagne e compagni di gran lunga più intelligenti.

Ho quindi ricambiato i suoi apprezzamenti con sorrisi di modestia, con misurati ringraziamenti. Dal mio sguardo deve aver pensato che la credessi rimbambita, capace di confondermi con qualcuno tra la miriade di alunni passati sotto il suo occhio severo. Così, prima di commiatarsi, si è concessa un aneddoto.

Subito, dall’incedere del racconto, sono trasalito. In una manciata di minuti stavo viaggiando a ritroso del tempo… ed ero del tutto impreparato. Non mi riusciva di aggrapparmi a un qualsiasi elemento capace di farmi restare con i piedi a terra. Poco ci mancava che avvertissi l’odore del gesso dopo aver pulito la lavagna; quello dell’alcool entrando in classe al mattino; la cartina dell’Italia in bella mostra; il ritratto di Leone e il crocifisso con il ramo d’ulivo ormai rinsecchito appesi l’uno a fianco dell’altro alla parete.

Ebbene, la storiella riguardava proprio me.

Perché quando uscivo da scuola, ogni giorno facevamo insieme parte del tragitto verso casa, accomunati dall’abitare piuttosto limitrofi. A un certo punto la salutavo con deferente rispetto, come lei esigeva dai suoi scolari, e me ne andavo a pranzo. Un giorno, sovrappensiero, non guardai da entrambi i lati della strada, prima di attraversare. Non c’erano veicoli, potevo passare in tutta tranquillità, ma a lei non sfuggì la mia incauta scelta di soprassedere comunque alla verifica diretta, per sicurezza.

«L’indomani – e lo ha sottolineato inarcando le sopracciglia e alzando la testa, ché non aveva neppure bisogno del grembiule per ricordare il ruolo di maestra – mi sentii in dovere di fare a tutta la classe una lezione d’educazione civica. Fosti tu a darmene l’occasione!» -.

Ho deglutito come se avessi avuto un rospo in gola.

Però… signori miei… che esperienza! Unica.

Ecco, insegnanti come lei, che oltre ad averti dato una formazione culturale solida come le fondamenta di un edificio, sanno ancora trasmettere emozioni tanto forti, possono essere ben fiere di come abbiano investito la propria vita.

Grazie Maestra,

nella speranza d’incontrarla ancora per molto tempo a venire.

 

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