Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

La poesia vissuta


Renoir

Sabato scorso, una settimana fa quindi, sono stato alla presentazione di un libro. Difficile a credersi ma non mi è accaduto neppure per caso, ci sono andato apposta. Avveniva addirittura in una libreria, e già questo mi piaceva.

Le presentazioni di libri in caffetteria sono particolarmente suadenti: unisci l’utile al dilettevole ma – talvolta – hai il sentore che la combinazione non sia casuale. Senza l’accompagnamento di una qualche bevanda si rischierebbe l’asfissia a causa della secchezza della narrazione. Poi, spesso, ha il sapore dell’evento mondano e – tra completo stirato, barbiere, libro e consumazioni – ti ritrovi con il portafoglio che implora pietà. Le presentazioni nelle sedi delle associazioni sono ristrette agli aderenti o ai simpatizzanti e mi ricordano i funerali dei conoscenti: sempre le stesse persone, i medesimi convenevoli, i soliti discorsi autocelebrativi. Quelle nei circoli dei lettori o nelle biblioteche non le evito soltanto se l’alternativa sia il dentista o un comizio elettorale. Lì lettori accaniti sfogliano il libro fresco di stampa prima che lo scrittore abbia aperto bocca: hanno uno sguardo così assorto da scambiarli per correttori di bozze colpiti da miopia incipiente… a me vien l’ansia da prestazione.

L’autrice mi ha chiesto di scrivere in merito. Alludeva alle poesie ma siccome non posso recensirle mi limito a ciò a cui ho assistito, con il luciferino piacere che si prova andando deliberatamente fuori tema. Non parlo del suo lavoro letterario perché penso che i versi, come i quadri, la musica, uno spettacolo culturale, un film d’autore comunichino direttamente al singolo in modo personale. Unico, perché ciascuno ha la propria sensibilità. Un conto è fare della critica ma, in tal caso, è necessario essere afferrati in materia. Altrimenti o ci si libra in voli pindarici nell’etereo spazio della retorica o si scende precipitosamente e tristemente nella patetica imitazione dei tecnicismi. Tanto varrebbe copiare dal retro di un’etichetta di vini le didascalie che descrivono le sensazioni mistiche dell’uva pigiata, adattandole alla poesia. Con scroscio di applausi compiacenti a seguire. Ebbene, la presentazione dovrebbe essere stata un successo, sebbene la conferma certa la si desumerà dalle copie vendute, ma questo aspetto esula dal mio interesse: guardo piuttosto alla sala gremita, al punto da lasciare persone in piedi sulle scale. Pareva la fila in attesa di vedere il defunto durante la recita di un rosario. Invece l’autrice, anziché la cantilena delle giaculatorie, ci ha intrattenuto decantando i versi con un sottofondo di violino. Dal vivo: il suonatore era vero, in carne ed ossa. Le poesie d’amore richiedevano un musicista classico. Per il gitano bisognerà attendere quelle legate al viaggio. Il vantaggio di un’autrice giovane, simpatica e carina è che il seguito si dimostra all’altezza, quindi ascoltare i componimenti direttamente dalla sua voce risultava ancora più appagante perché lo sguardo abbracciava un uditorio compartecipe, di bella presenza, fresco e interessante. Sembrerebbe un’inezia ma bisogna provare a sentire versi d’amore, interiorizzarli e assaporarli, mentre intorno sei circondato da cariatidi: è accettabile soltanto se si declama Dante! L’ho apprezzata molto: sicura di sé, orgogliosa del proprio lavoro artistico, ammirevole nell’aver editato delle poesie in una società dove ormai neppure più la cronaca sportiva trova il seguito dei decenni passati. Tra me e me pensavo a quanto gioverebbe a tutti se ci fossero più donne come lei: non languide poetesse romantiche che declamano tenendo un fazzoletto di pizzo tra le mani, tra sospiri e sguardi al cielo, bensì donne ben radicate nella realtà di tutti i giorni ma nel contempo capaci di vedere in ciò che le circonda un significato sottinteso, un rimando alle emozioni, ai desideri incompiuti o alle speranze mai sopite. Nel cinismo e nella superficialità del quotidiano perfino il rinfresco preparato con dolci fatti in casa aveva un sentore poetico.

Rincasi toccato nel profondo. Fa bene all’anima.

L'immagine è di Renoir, La lettrice, 1876.
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3 Commenti

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    Intervengo sentendomi, piacevolmente, chiamata in causa. Ho riflettuto molto negli ultimi tempi sulla figura del poeta contemporaneo, facendo in qualche modo parte della schiera e cercando continuo confronto con gli altri tra questi: presenti, passati, vivi o non vivi. Credo fortemente che in qualunque caso o per mezzo di qualunque stile, il poeta di oggi possa definirsi tale quando riesce ad essere concreto, “virile”, appassionato e tanto travagliato quanto illuminato dalla sua stessa passione. E quando dunque i suoi versi riescono a trasmettere questa personalità combattuta ma estremamente presente al suo tempo. Tempo fa si sarebbe detta una personalità “maschile” appunto; oggi queste caratteristiche sembrano ormai sempre più appartenere a noi donne. Che sia un bene o un male è molto difficile dirlo. La poesia segue o anticipa tale cambiamento di paradigma, attingendo anche da queste criticità molto materiale. E ciò sicuramente è un bene. Grazie a Luca ed Enrico per i vostri spunti e per il sostegno!

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    C’ero anch’io sulle Nuvole, e condivido gli apprezzamenti.
    Sugli auspici, cioè quanto ci gioverebbe un tale modello di femminea poeticità, la mia opinione è che il pattern negativo descritto, di petrarchiste inconsolabili, sia da ricercare piuttosto in certi poeti di genere ‘maschile’, che fra le grintose poete di inizio millennio
    Ho comprato e letto il libro di Valentina Perucca, Lo consiglio a maschi, femmine e agli eterni indecisi sul da farsi (me compreso).

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