Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

L’alba di un nuovo giorno, ovvero le DAT


Il sole stava sorgendo dietro le Alpi innevate. La foto l’ho scattata all’alba, dalla finestra di una stanza d’ospedale. Per tutta la notte, insonne, ho atteso la luce del giorno, nella speranza che portasse un po’ di conforto.

Un sabato travagliato, convulso, sofferto, una settimana fa. Il ricovero d’urgenza di mio padre, per una febbre inaspettata e imprevista.

Un corpo dolorante, provato negli ultimi mesi da un cancro che non lasciava scampo.

L’arrivo in autoambulanza al nosocomio, nel gelo di una serata di pieno inverno; il trasferimento poco dopo in un’altra clinica, perché le sale di rianimazione del primo erano occupate.

Lui, malato, provato, con spasimi persistenti alle articolazioni.

Le fleboclisi di calmanti e antidolorifici per alleviare per quanto possibile le sofferenze, che comunque pareva non lo abbandonassero più. Poi, a un cento punto, il sonno.

Il reparto era avvolto da un silenzio surreale. Approfittai della tregua inaspettata per scambiare delle considerazioni con il personale medico di turno. Parlammo, sommessamente: scambi di vedute, punti di vista, previsioni sul da farsi.

La situazione era precipitata sensibilmente: i valori e gli accertamenti non lasciavano margini di ripresa.

Sapevo quanto ci teneva a morire a casa. Firmai la documentazione necessaria per autorizzare un’eventuale trasporto, in mattinata. Lo feci senza esitazione.

Con la sola speranza di avere ancora del tempo a disposizione.

Ecco perché vedere albeggiare mi rincuorava.

Osservavo dietro ai vetri il fascio luminoso che, poco a poco, contornava le cime delle montagne. E guardavo mio padre, gemente, che continuava a chiedere di ritornare in famiglia.

Lui… più che consapevole della propria condizione: per una vita intera aveva visto malati di ogni sorta, e ben ne conosceva il declino e gli ultimi istanti.

Attesi l’arrivo del medico responsabile, al cambio del turno lavorativo. La nuova dottoressa palesò le proprie perplessità nel rimandarlo a casa:

«Non è mica un pacchetto da portare e riportare in ospedale!».

Un esordio infelice quanto la metafora adoperata, sebbene motivata dal dovere, a detta sua, di eseguire degli accertamenti. Su un morente!

Alla fine si riuscì a concordare la trasferta: nonostante la morfina in grandi quantità, lui si era conservato lucido e poté – a sua volta – firmare la liberatoria per uscire da lì.

L’unica condizione per il nulla osta era la garanzia di provvedere a idonee bombole d’ossigeno. Di domenica non fu un’impresa facile; neppure reperire i mezzi, ma alla fine l’impresa andò in porto.

Nel pomeriggio, circondato da tutta la famiglia, si è spento. Sereno.

Lasciandosi alle spalle le enormi sofferenze e il calvario dell’ultimo periodo.

Non ne avrei scritto: finora consideravo l’evento in una dimensione intima, personale, figliare.

Il giorno successivo al suo funerale ho appreso dell’approvazione della legge sul biotestamento.

D.A.T.: dichiarazioni anticipate di trattamento

DAT

Nel dolore di questi giorni l’ho vissuta come una notizia epocale: mi si è aperto il cuore pensando a quanto potrà essere di giovamento.

Ma poi m’è toccato di leggere le posizioni dell’arcivescovo di Torino, e quelle del padre generale del Cottolengo.

Sono trasalito.

Sarebbe abietto e meschino auspicare loro di vivere le immani sofferenze che logorano, sfigurano, corrodono un malato terminale; è altrettanto inutile sperare che tentino di immedesimarsi: è un atto di umana pietà troppo lontano dai pensieri e dall’animo di chi non conosce altro che parole vuote, lontane anni luce dalla realtà e dal vissuto dei morenti e dei loro cari.

Il rifiuto volontario e personale dell’accanimento terapeutico è una conquista.

Un gesto di aiuto immenso, che gioverà anche a chi non ha nessuno accanto disposto a farsi da portavoce.

Osteggiarlo, boicottarlo, impedirlo è un atto di pura, gratuita e miserabile barbarie.

Non riuscirei a definirlo altrimenti.

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