Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

“Lasciate che i piccoli vengano a me”. Ma anche no, grazie. Il caso Spotlight.


Sono andato con un amico a vedere “Il caso Spotlight”. Pensavo fosse un film di fantascienza invece ho scoperto che è un horror, a modo suo. Racconta una storia vera, talmente realistica che l’indagine dei giornalisti sulla pedofilia nella Chiesa ha consentito loro di aggiudicarsi il Premio Pulitzer, e al regista – adesso – pure l’Oscar.

Non ha senso declamare quanto sia suggestivo, coinvolgente, bello perché ciò che a uno può piacere ad altri può lasciare indifferenti o perfino disgustati. Per me è valsa la pena, oltretutto perché è uno di quei film che continua a restarti dentro, con il groppo in gola, e questo senza essere un fan di Jane Austen o delle sorelle Brontë.

Un disagio interiore mi ha tormentato nei giorni successivi, ma ipotizzo che sia necessario aver frequentato un collegio cattolico negli anni della pubertà e nell’adolescenza per sentirlo visceralmente. L’impatto emotivo della vicenda comunque è forte per chiunque non appartenga alla schiera dei cinici.

A me, nei tempi che furono, son state risparmiate le vicissitudini che ancora troppo spesso accadono nell’ombra delle sacrestie; nelle sale semibuie dei convitti; nelle stanze ovattate dei dormitori. Non certuni approcci però: quelli li ho ricevuti. Ma all’epoca li interpretavo come pratiche d’affetto elargite per lenire la lontananza da casa; per stabilire un rapporto di maggior intimità spirituale e affettiva; per edulcorare le tensioni di un adolescente in convivenza costante tra coetanei. Velate carezze, abbracci paterni, conversazioni di carattere molto intimistico, affettate sotto la coltre della direzione spirituale, della correzione fraterna, della confessione. Non ci badavo più di tanto: erano la prassi. Le si viveva in modo scontato, naturale, quasi ovvio. Soltanto con il senno di poi – e in questo il film si è rivelato di una forza prorompente e inattesa – confronti l’ingenuità dell’epoca con la maturità di oggi, e constati quanto, se avessi potuto tornare a ritroso negli anni, ne avrei fatto volentieri a meno. Così pure realizzi come tutto ciò nulla avesse in comune con un normale e sano rapporto di fiducia tra un superiore e un ragazzo.

Mi è ancora andata bene, poteva finire ben peggio. Le statistiche fanno rabbrividire e bisognerà attendere parecchio prima che cada del tutto il muro di omertà o di paura o di connivenza.

Ti resta comunque addosso un disgusto, una repulsione, una diffidenza che nasce dalla conoscenza di certi ambienti, che niente e nessuno ti leveranno più di dosso. Però tutto ciò è servito, eccome.

Non fosse che per evitare, da genitore, di avere a che fare con una scuola cattolica: è una delle rare scelte delle quali non mi pentirò mai e poi mai.

E dire che diffido delle facili generalizzazioni.

 


 

 

Ps. L’articolo è drasticamente autocensurato. Vi consiglio comunque di non perdervi “Il caso Spotlight”.

E men che meno di tenervi dentro il peso del passato. La vita è bella, sotto la luce radiosa del sole.

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