Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Lavoro e istruzione: università della vita


 

Chiunque faccia un giro sui social può imbattersi nell’ università della vita: un attributo blasonato che Facebook consente d’inserire sul proprio profilo se si è troppo modesti per scrivere Cambridge, Harvard, Oxford o Camerino.

Un modo, altresì, per palesare la tanto lodevole quanto rara inclinazione all’autoironia.

Non ultima… un’alternativa a “collaudatore di materassi”, “scrittore di frasi per i baci perugina”, “sciupafemmine” o “politico”.

Eppure, se lo si prendesse sul serio come titolo accademico, esso sarebbe degno di un certo rispetto, per lo meno più di taluni comprati a suon di quattrini senza aver mai messo piede in una università, o di quelli ottenuti barattando l’esperienza lavorativa con corrispondenti crediti come se fosse una libbra di carne concessa a Shylock.

L’ università degli studi

Ieri son stato in università per assistere alla discussione della tesi di un’amica. Accetto sempre di buon grado l’invito, che preferisco di gran lunga alle partecipazioni di nozze, perché in questo caso il bouquet non vola in aria mettendo in ansia chi spera di prenderlo al volo; non c’è lancio di riso, maccheroni e coriandoli; il fotografo ci risparmia le pose interminabili e, ciò che più conta, la festeggiata non è costretta a sorridere a tutti per pura formalità.

Lo fa invece per quel moto liberatorio che l’accomuna con la partoriente dopo aver sgravato; con il lavoratore quando si commiata dai colleghi nel giorno della pensione; con la coppia che apre la busta della banca contenente la ricevuta di avvenuto pagamento dell’ultima rata per il mutuo della casa.

La proclamazione a “dottore” è di certo un’attestazione gratificante e meritata, ma è anche la conferma concreta, tangibile, ufficiale della fine del calvario. Ci si libra in volo, a mezz’aria, indecisi se ascendere verso il cielo o planare sulla terra.

Intorno… amici e parenti che plaudono, abbracciano, gioiscono. Sono indispensabili, perché le loro reazioni garantiscono che non si tratti di un sogno, senza per forza doversi pizzicare: è tutto vero; tutto finito; tutto nel migliore dei modi possibili.

Quando mi accade di essere lì rivivo ogni volta con la memoria la mia esperienza, sebbene sempre più lontana nel tempo, ed è una sensazione piacevole. D’altronde è una delle tappe della vita che non si scorderà mai.

Tutta tua: te la sei costruita, forgiata, preparata in anni e anni di università. Poco importa a che servirà: l’essenziale è godersi in quegli istanti l’impagabile soddisfazione di un traguardo raggiunto.

Ci sarà chi dovrà misconoscerla, questa laurea, se vorrà un lavoro di ripiego pur di portare a casa qualcosa.

Chi la reputerà inutile dinnanzi all’ennesima umiliazione, allorché un collega senza titoli otterrà un avanzamento di carriera immeritato ma frutto d’insondabili e cinici calcoli del destino o per oscuri maneggi del mondo.

Chi la riterrà un orpello, inquadrata in una cornice dorata, buona soltanto ad accompagnare la più sostanziosa e intramontabile raccomandazione.

Chi userà il titolo come un attestato di nobiltà, ricordandolo a chicchessia ad ogni piè sospinto, quasi che il citarlo in qualunque occasione serva da promemoria per se stessi, non avendo più aperto un libro dai tempi dell’università.

Eppure a me piace pensare, ogni qual volta vedo un giovane laurearsi, che una fiamma s’accenda nel buio della nostra società, in questo bistrattato e sciagurato Paese dove l’analfabetismo funzionale e quello di ritorno dilagano al pari dell’ignoranza e della superficialità.

Troppo di frequente però si dà per scontato che, insieme alla corona d’alloro, pure quanto assimilato sia naturale che rinsecchisca, dato che la priorità sarà di trovare un’occupazione: qualunque, purché retribuita.

Invece proprio adesso che  il Vecchio Mondo necessita di ringiovanirsi intellettualmente, per scongiurare l’avvento di una rediviva barbarie bisogna stimolare le nuove leve pungolandole, dando loro fiducia, spazio e dignità… senza attendere che “il sonno della ragione generi mostri“.

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