Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Le orme


Nel fossato del castello della mia città la coltre di neve è impressa di una moltitudine di orme, nonostante non sia un luogo di transito.

Per arrivarci si scende una gradinata che funge da anfiteatro. Dopodiché lo spazio è circoscritto dalle mura; dalle arcate del ponte che collega la piazza con l’edificio medievale; da una cancellata all’uscita presso i baluardi, sempre chiusa.

Nella bella stagione i ragazzi giocano a pallone; di sera delle coppiette talvolta si intrattengono sulla scalinata; spesso gli studenti fanno pausa pranzo, riuniti in capannelli vociferanti.

In inverno di rado l’area è sfruttata.

Ciò non ha impedito comunque a dei passanti di stazionarvi. Ed è stato proprio il gran numero d’impronte ad avermi incuriosito.

Piccole, grandi; incrociate, rettilinee; sovrapposte, distinte.

Quelle in ombra saranno le ultime a sparire, conservate nel ghiaccio come un sigillo nella ceralacca.

Sorridevo al pensiero che di solito nella vita si crede che accada il contrario:

per lasciare un segno occorre muoversi alla luce del sole. Condividi il Tweet

Colui che sta nella penombra o nel nascondimento resta oscurato: non rimane traccia né di chi fosse né di cosa abbia fatto.

È il cruccio degli ambiziosi: investire energie, tempo, denaro per imprimere orme per le generazioni a venire.

Così m’è venuto da immaginare le impronte sulla battigia: il piacere di passeggiare lungo l’arenile umido e soffice, e l’istinto a voltarsi indietro per osservare le sagome dei piedi, parallele alla schiuma lasciata dal reflusso delle onde.

orme

È banale, ma la determinazione di lasciare una traccia di sé non basta:

«La lumachella de la Vanagloria

ch’era strisciata sopra un obelisco,

guardò la bava e disse: Già capisco

che lascerò un’impronta ne la Storia».

[Trilussa]

Ce ne sono, al mondo, d’eroi convinti d’imprimere orme indelebili

Di alcuni che ho conosciuto, piacevoli come il celebre dito con la sabbia… una volta usciti dalla scena pubblica ne sono rimaste le traccie in eredità a uno sparuto crocchio di coetanei.

Il restante dei mortali ignora le loro imperiture orme, come accade per quelle dissolte dal calore del sole o dalla marea all’arrivo della sera.

Serbo invece nel cuore la memoria di amici persi negli anni, che hanno lasciato un segno nitido e profondo, sebbene spesso nemmeno intenzionale.

Persone, come ce ne sono tante, che hanno camminato su quel terreno argilloso della stima reciproca, dell’affetto condiviso, della sincerità, che con il tempo s’indurisce conservando l’impronta in maniera incancellabile.

E, ciò che più conta, come diceva il buon Seneca, costoro non hanno calcato passi altrui bensì han seguito un proprio personale cammino, con quel che ne consegue:

«Praeterea qui alium sequitur nihil invenit,

immo nec quaerit».

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