Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi…”


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Mi è venuto in mente l’inizio di una celebre poesia di Martha Medeiros, l’altro pomeriggio. Perché per andare al lavoro o per fare due passi percorro da sempre lo stesso, medesimo, identico tragitto. L’abitudine consolidata aveva assuefatto il piacere del godere di un certo panorama, suggestivo almeno per chi è nato e vissuto nella propria città e quindi resta legato a talune presenze plurisecolari: le torri del castello, i complessi barocchi, le chiese antiche. Non si tratta di patetico campanilismo. È ovvio che ci siano città altrettanto se non più belle, ma è indubitabile che le forme architettoniche che ci hanno accompagnato nella crescita appaiano care come il viso di chi ci ha amato.

I versi sono affiorati nel momento in cui, in un pomeriggio d’inverno, alzato quasi casualmente lo sguardo mi sono accorto che tutto ciò… che quelle sagome che si stagliavano svettanti nel cielo blu… erano sparite. Ho avuto un momentaneo soprassalto. Non è che fossero scomparse per sempre, semplicemente erano state occultate.

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L’ammirevole opportunità oggi per un fabbricato di spuntare con la stessa velocità di un fungo cresciuto in una sola notte lascia sbigottiti. Un monumentale complesso di cemento ora trionfa in primo piano sulla piazza, che dalle mie parti era detta “della paglia”. Non perché ci si ritrovasse a fumare spinelli, bensì per il mercato del bestiame che animava il sobborgo. Fiorente e famoso, come tante altre vestigia ormai consegnate a un passato remoto. Un arcaico ricordo di epoche che non esistono se non nei libri di storia locale o nella memoria dei settantenni, nel sempre più incessante declino di quella che fu città, e che adesso concorre al grado di paese rurale. C’est la vie. Dove ai contadini dei decenni passati si sono sostituiti rampanti imprenditori agricoli che foraggiano le banche locali, e alla dotta e dinamica borghesia subentra una popolazione che è vecchia dentro, più che anziana anagraficamente. Stanca delle suadenti e illusorie promesse di cambiamento, ormai rassegnata a subire qualunque scelta dall’alto, soprattutto dopo essere stata gabbata da consultazioni plebiscitarie su uno spazio urbano che avrebbe dovuto essere un’opportunità commerciale immersa tra il verde e che, invece, anela al primato poco invidiabile dell’unico posto in cui si cementifica tutto, proprio tutto, usando come metro di misura prefabbricati da zona artigianale… però praticamente in città!

Anche a me, come tanti concittadini ormai, non interessa trovare dei responsabili. Si è talmente satolli delle scuse e delle motivazioni scarica-barile che puntare il dito verso qualcuno ha il gusto amaro dell’impotenza beffata.

Non è la rabbia che ti assale. La nausea, piuttosto. Quel disgusto che ti accompagna nel presagire giustificazioni edulcorate e mielose, dolcificate in eccesso da belle parole. Basta e avanza la Bibbia nel dire che il Padreterno punisce “la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione”. Le responsabilità si rimandano a ritroso a tal punto che poco ci manca che le si attribuisca a Carlo Magno e al Sacro Romano Impero. Dunque me la prendo con me stesso, solo e unicamente con me, per aver ceduto all’abitudine, appunto. Me tapino! non ho goduto appieno del bello che stava davanti ai miei occhi. Lamentarsi non serve a niente, per questo motivo.

Ne farò tesoro per il futuro: certo, convinto, persuaso – guai se così non fosse! – che sarà la bellezza ad avere l’ultima parola. La mia speranza recondita è che, proprio in ricordo della vecchia piazza e di quello che fu, qualche benemerito faccia sistemare al centro dell’area cementificata un grosso carro di letame.

Eloquente monumento simbolico.

Lo rimirerò ogni giorno con occhi diversi: un monito contro l’abitudine!

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2 Commenti

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    Il flaneur annota tutto, il bello e il brutto, che trasfigura in bella scrittura…

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    Come volevasi dimostrare, sempre di bene in meglio, evvai, dopo la piazza ” della rùsu ” una piazza ” meraviglioso giardino ” e poi ci chiediamo ancora come mai le altre “sei sorelle” della provincia, straripano persone a passeggio in ogni periodo dell’anno e ad ogni ora… quindi, evvai Fossano ( il centro della Provincia ) sempre più proiettato all’aggregazione. Ah…dimenticavo, per una maggior “pace” del nostro centro, ci siamo fatti fuori anche ospedale, caserma dei carabinieri, ufficio imposte, gas, enel ecc… speriamo di non svenderci anche il cimitero, visto che ci rimane quell’ultimo posto come centro di aggregazione…

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