Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

L’esercito al confine sulle Alpi


Il confine, almeno per me, è un ricordo lontano, allorché da ragazzi passavamo il Tenda per scendere in Costa Azzurra. Arrivavamo alla dogana con la smania di varcarla in fretta, ma con l’irritante consapevolezza che avremmo fatto la coda.

L’inutilità dei controlli era vissuta come tempo prezioso sottratto al mare, al sole, al divertimento.

Ci trovavamo di fronte la barra chiusa; il doganiere nella cabina, scocciato quanto noi; il suo collega all’esterno a sbirciare nell’abitacolo: un gesto rapido, svogliato, noncurante, più per forza d’abitudine che per scrupolo.

In parte lo si poteva pur capire. Non doveva essere piacevole trascorrere le giornate lassù, al confine – o al confino – a osservare il transito di macchine stipate di giovani, ansiosi di spassarsela “come se non ci fosse un domani”, sebbene la meta fosse il più spartano dei campeggi, all’insegna dell’economia fino all’osso.

Mia figlia diciannovenne non ne ha fatta esperienza. Non qui da noi, per lo meno.

Quando il confine si ridusse a una targa informativa, a ricordarmi di non essere in patria era quasi solo la differenza di lingua, la mancanza del bidè e il pessimo caffè nei bar.

Si apprezza maggiormente la condizione di cittadino europeo, se in antecedenza si ha vissuto limitati da un confine.

Il confine presidiato, come quello paventato nei recenti articoli di stampa con tanto d’esercito e, addirittura, di carri armati, mi arreca lo stesso disagio che provo davanti alle abitazioni con le recinzioni svettanti verso il cielo; gli avvisi di area video sorvegliata; le targhe metalliche con i profili ringhianti di mastini e di bestie feroci; i pesanti portoni.

Si riceve l’impressione che chi viva al di là di queste barriere provi diffidenza, ostilità, avversione verso chi sta al di fuori.

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È la spiacevole sensazione di  doversi adeguare al proprietario se si viene ricevuti in casa: sorrisi di circostanza, apprezzamenti per il giardino e per l’arredo, convenevoli ingessati… insomma, quanto di più conformista tocca sortire per essere benaccetti come ospiti.

Naturalezza, spontaneità, autenticità centellinate.

Il confine che non c’è

Sono l’esatto opposto di quel confine impercepibile, segnato a malapena dalle dalie e dalle peonie per delimitare l’orto, dai miei nonni paterni in campagna.

A riguardo ci sono dei ricordi dell’età infantile che hanno contribuito alla mia formazione negli anni a venire.

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Era una cascina con il cancello in ferro di un verde acqua slavato dal sole e dalla ruggine: lo si lasciava sempre aperto, al punto che l’erba sotto le ante era cresciuta così incolta, tra convolvoli bianchi e malva, da impedirne comunque la chiusura.

I miei genitori d’estate ci mandavano laggiù “in feste”, in vacanza, e capitava che di quando in quando sentissimo bussare sui vetri dell’uscio della cucina.

L’arrivo di uno sconosciuto era preceduto dall’abbaiare dei cani, lasciati a guardia della vicina stalla, ma costui aveva tutto il tempo di varcare l’ingresso dell’aia e di arrivare fino alla porta di casa senza incontrare niente e nessuno a fermarlo.

Erano pòvre, mendicanti.

Mi ricordo il pòvr d’l crôse, il povero delle stampelle; o Arturo dij ömbreij, degli ombrelli, perché in cambio di una mancia aggiustava paracqua.

Di lui le mie sorelline ed io restavamo impressionati per la lunga barba grigia e il cappello con una piuma.

Ad alcuni il nonno dava anche ricovero nella stalla: una notte ne ospitò una coppia, ma i due litigarono tra loro così forte che le mucche, spaventate, si slegarono, provocando parecchio scompiglio.

Da allora… se a fermarsi erano in due… a uno toccava la stalla all’altro il fienile.

Tutti, indistintamente, ricevevano un piatto di minestra o una fetta di pane e salame.

Mangiavano in cortile, seduti sotto il grande fico a dirimpetto della facciata.

Producevano un effetto singolare, adagiati sulla panca, nell’unico spazio vuoto tra la lunga fila di gerani, dei vasi di limoni e degli oleandri in fiore.

La nonna, a me che ero il più grandicello tra tutti, metteva in mano un vassoio con un bicchiere di vino rosso, e m’intimava di portarglielo.

Tergiversavo, ero diffidente.

Non sapevo come avrebbe reagito l’indigente.

Anche perché alcuni borbottavano da soli o canticchiavano, ed era un atteggiamento insolito ai miei occhi.

Così, facendomi coraggio, dopo le reiterate insistenze di lei, ma con l’accortezza di non versare il dolcetto o il barbera inciampando sul selciato, mi avvicinavo titubante.

«Mia nonna manda questo. Alla salute». Lo dicevo tutto d’un fiato.

Sgranava gli occhi, chinava il capo compiacente, afferrava il bicchiere con uno scatto felino.

Senza neppur darmi il tempo di arretrare me lo riconsegnava vuoto.

Correvo in casa ed esclamavo stupito: «l’ha bevuto tutto in un colpo!».

«Cìucatun!!!», mi rispondeva lei con lo sguardo fintamente accigliato, e l’esagerazione nel corrucciarsi sortiva l’effetto opposto, facendoci ridere entrambi.

In quel biasimo, solo apparente, e in quella capacità d’accogliere chiunque senza riserve, sebbene non si fosse ricchi e benestanti, c’era tutta una filosofia di vita.

Una vita serena e appagante, nonostante tutto.