Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

L’imperscrutabile erotismo del sudore


Uno dei più deprecabili sintomi della decadenza dei costumi occidentali è – a mio avviso – la pressoché scomparsa dell’acqua benedetta nelle chiese. Ne ignoro la causa ma constato l’effetto. Il motivo non lo si può imputare a ragioni igieniche – sarebbe un’offesa alla fede il solo ipotizzarlo – ma immagino sia da ascriversi all’indolenza dei sacrestani, oppure al surriscaldamento globale che lascia le acquasantiere a secco nell’arco di tempo di un pater-ave-gloria.

Sta di fatto che l’aridità dei bacini in marmo o in ottone abbia finito con il disabituare i fedeli a nettarsi le mani: era un gesto poco più che simbolico; un’abluzione minima; una prassi quasi meccanica, ma l’immersione pur solo delle dita nell’acqua generava una consuetudine quotidiana che – come tutto ciò che s’apprende nelle chiese – ciascuno avrebbe poi ripetuto a casa propria. Ovvero: lavarsi.

Con l’arrivo dei primi caldi, per giunta afosi, molti hanno finito con il dimenticarsi che mondare la fronte, le ascelle – e magari il corpo tutto – non solo porta refrigerio bensì, addirittura, riduce di parecchio la proliferazione di odori oltremodo sgradevoli.

Potrei capire allorché si trattasse di scelte ponderate: “il mondo è bello perché è vario” e può esserci chi ritenga vere dignum et iustum puzzare come un animale selvatico; per segnare il territorio; per esaltare la virilità atavica sopita dalla civiltà; per connotarsi “da alternativi” alle persone dabbene; per rispetto dell’ambiente e del consumo idrico.

Temo però che la maggior parte di coloro che in estate rifuggono l’acqua corrente – più di quanto il diavolo faccia con quella santa quando si ritrova un esorcista dinnanzi – siano più disabituati che indolenti. Hanno perso la memoria di come si facesse il bagnetto nella bacinella, con la paperella galleggiante, lo sguardo estatico dei genitori, la cuffia in testa.

In aggiunta, non giova la canalizzazione delle acque in tubature: l’uomo moderno non rammenta più i fiumi, i torrenti, i ruscelli. L’attrazione per fonti limpide e cristalline è relegata alle pellicole fantasy, dove fate sinuose sguazzano ignude o riposano chete qualche centimetro sotto il pelo d’acqua, in attesa di un languido bacio liberatorio.

Giusto per aggiungere danno a danno si è messa in giro la bufala che il solo sporgersi su uno specchio d’acqua sia mortalmente pericoloso, com’è accaduto a un tale Narciso – figuriamoci entrarne in contatto – e quindi si preferisce evitare rischi, così l’unico specchio di cui s’abbia dimestichezza è quello posizionato sul lavandino nella latrina, utile per i selfie, a patto che non si sia fatta la doccia o il bagno perché altrimenti il vapore ne annebbierebbe la superficie.

L’odore d’umanità permea l’aere un po’ ovunque, grazie ai refrattari all’igiene personale. Ora che con il Jobs act la stragrande maggioranza degli italiani ha un’occupazione a tempo indeterminato si suda parecchio di più rispetto a qualche tempo addietro perché da disoccupati non si faticava, e quindi era raro imperlare la fronte e stimolare le ghiandole sudorifere.

È un bene che il centro sinistra non abbia più nulla a che fare con i lavoratori delle fabbriche, delle miniere e dei campi, e possa permettersi una cura attenta del proprio corpo: con quanto i renziani han sudato freddo nei recenti ballottaggi… saremmo morti tutti asfissiati.

Sta prendendo piede l’infausta credenza che basti spruzzare dei deodoranti per ovviare agli odori, come se un porco selvatico potesse trasformarsi in un maialino croccante e profumato senza passare per lo spiedo, più o meno come si crede bastevole incorniciare un attestato di laurea per fare di un asino un erudito. Invece la situazione non fa che peggiorare, perché il lezzo del sudore è individuale: ciascuno ha il suo.

Allorché il maitre parfumeure elabora un composto non può prevedere la combinazione che avverrà tra i sentori di bosco, gli effluvi di sandalo, i richiami marini… amalgamati al “muschio” umano, agli umori corporei, alla stagionatura della patina sulla pelle, alla decantazione più o meno lunga del sudore sotto le ascelle. Dunque non è affatto scontato che ne derivino creazioni raffinate ed esclusive: anzi, spesso non occorre neppure “naso” per avvertire emozioni che di stimolante hanno l’impulso altrui al vomito. Altrui… perché chi evita l’acqua, i saponi, i detergenti ha un’assuefazione al suo odore come taluni contadini al proprio vino, sebbene rancido perché conservato in botti ormai marce. E mentre questi s’illudono che sia ambrosia dell’Olimpo, quelli si reputano irresistibili divinità discese dal cielo.

L’appello che mi permetto di fare non è di lavarsi, perché intanto cadrebbe nel vuoto, bensì di reagire, di palesare un disgusto pubblico, una riprovazione collettiva. Troppo sovente ne patiamo in silenzio, accennando al massimo una smorfia istintiva: non è giusto. A parer mio è necessario ribellarsi; non tollerare oltre questa esecrabile mancanza di rispetto per gli altri.

È cominciando dalle piccole rivendicazioni di civiltà che si potranno affrontare ben più gravi e incisivi affronti alla nostra dignità, che oltrepassano di gran lunga la percezione olfattiva.

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