Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

L’ipnosi delle luci natalizie


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Nella mia città oggi sono state accese le luci natalizie per le vie cittadine. Sobrie, dignitose, eleganti, visto il periodo di austerità. Per quanto faccia piacere vedere le luminarie, almeno a parer mio è una scelta precoce che in tal modo mi costringe in anticipo a ricordare cosa significhi – per me – “atmosfera natalizia”. Va bene che son l’unica mosca bianca a pensarla in questa maniera e quindi non faccio testo. La totalità delle persone assennate inizia da adesso a vivere in trepidante attesa dell’arrivo del Bambin Gesù. Se riuscissi a mettermi nei loro panni – ma per la verità non ne ho lontanamente l’intenzione – vivrei l’Avvento con trasporto. Ogni giorno che passa sarebbe uno in avanti per festeggiare il lieto evento.

Grotta di Betlemme, cometa sul tetto, la Madonna che mostra la sua creatura nella paglia, fiera di essere ancora Vergine nonostante l’evidenza del parto, e san Giuseppe accanto, compiaciuto per un bambino tanto bello, biondino e dall’incarnito così chiaro. Il falegname di Nazareth tira un sospiro di sollievo, al pensiero che se fosse stato suo sarebbe nato piuttosto “abbronzato”, scuro e olivastro come ogni abitante del posto, con gli scontati problemi a venire per farsi accettare, quando tutto il mondo l’avrebbe conosciuto e non nella longilinea e aitante corporatura appesa a una croce a cui siamo abituati. Non bastava il miracolo del concepimento né quello della nascita: non c’è due senza tre. Venire al mondo con le carte in regola è una marcia in più: è indubbio che se sei un gran bell’uomo puoi giocarti carte buone senza neppure aver bisogno di un conto in banca. E se sei un bijoux già in fasce, con le labbra fini, gli occhioni azzurri dolci e luccicanti, i boccoli dorati che scendono sulla fronte, non puoi che migliorare crescendo. Basta saperti tenere un po’ in forma nel futuro: qualche digiuno di tanto in tanto; molte camminate a piedi; dieta a pane e pesce, carne di agnello solo a Pasqua.

Tornando all’atmosfera natalizia, a coloro come me per i quali batte un cuore di sangue e non di tenero affetto per il salvatore del mondo riscaldato soltanto dal fiato di un asino e di un bue, tutto ciò significa l’esordio di uno stillicidio fatto di peregrinazioni a cercare regali; di estenuanti sopralluoghi tra la calca della gente in negozi affollati, per carpire un dono che il più delle volte non è neppure azzeccato. Lo si evince dai sorrisi un po’ forzati di chi lo riceverà, in nome di una civile educazione che vieta di esternare ciò che si pensa davvero. La crisi ha acuito il dramma. Perché l’infelice congiuntura ti costringe a fare economia e allora, se prima era già arduo trovarne uno congeniale, adesso è drammatico perché ti tocca pure spendere il meno possibile. Come fai a fare un bel regalo pagandolo poco? Sì… sì, la fan facile quelli che dicono: “basta il pensiero”.  Si potrebbe non fare regali, ma il rompere un’abitudine pluriennale presupporrebbe un animo coraggioso, forte e determinato; poi c’è il dovere di mandare avanti l’economia; infine l’obbligo di non tradire lo spirito consumista che conferisce un’identità alla nostra società progredita… come si fa a estraniarsi da uno dei rari rituali che ancora sopravvivono in Occidente? No, non ho un’indole sufficientemente stoica per compiere una rottura simile. Mi manca la stoffa dell’eroe. D’altra parte sono complice e artefice di questa farsa da sempre: avrei dovuto negare l’esistenza di Babbo Natale a mia figlia nel momento in cui fece il suo ingresso nel consesso delle persone inurbate. Invece ho indugiato e poi, poco a poco, ho retto il gioco fino a divenirne complice attivo e compartecipe.

Accade così per tutto: o prendi subito le distanze con determinazione o, dopo, è quasi sempre troppo tardi. Entri a far parte della partita e non puoi più tirarti indietro.

Vabbé, in questo caso per lo meno ci sono le lucine che si accendono e si spengono; gli alberi addobbati vicino al caminetto; una fetta di panettone… insomma, tanto vale ancora una volta lasciarsi andare.

Per la quaresima c’è tempo.

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