Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Lo spumante è al fresco


Il paese di Bengodi

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Il freddo pungente di questa serata invernale nulla ha potuto sul desiderio irrefrenabile di fare due passi. Mentre passeggiavo ho avuto modo di contemplare una lunga distesa di sacchi d’immondizia, diligentemente allineati lungo un marciapiede. Come braccianti in attesa del caporale, attendono l’arrivo del reclutatore all’alba. Silenziosi e inanimati ma, alla stessa stregua dei giornalieri, parlano comunque, a modo loro. Raccontano dei bagordi natalizi attraverso le confezioni scartate di panettoni, di cotechini, di zamponi, di datteri, di manna dal cielo; i vuoti degli spumanti, più o meno dozzinali o ricercati; le sacche gravide di avanzi. Oltre le carte stracciate dei pacchi regalo o i fogli trasparenti ormai stropicciati delle ceste ricevute in dono: quei “presenti” ricolmi di ogni ben di Dio, riconoscenze tangibili di aiuti, di favori ricevuti o fatti, di ricordi benauguranti, che piombano nelle case degli eletti nell’unica, predestinata, lieta occasione dell’anno fatta apposta per sdebitarsi o ingraziarsi, a seconda dell’opportunità. Ci sta. Le festività natalizie sono soprattutto questo, almeno per chi non aspetta trepidante, a partire da marzo – data del concepimento del Salvatore del mondo – i nove mesi che lo separano dal gioioso evento. Con ciò non dubito che ci sia chi, a giusto titolo, metta in moto l’esorbitante, faraonica, smodata organizzazione natalizia per festeggiare l’annuale nascita del Divin Bambinello. Per onorarlo a dovere, insomma. E ci mancherebbe: nel loro caso immagino che, per quanto ci s’impegni, non si farà mai abbastanza. Ci sarà sempre un buco, uno spazio vuoto da riempire, un angolino lasciato scoperto… in discarica, dopo le festività natalizie. Va beh, è a quel punto che entrano in gioco gli edonisti della mia bassezza, che proveranno a riempirlo approfittando del più secolare – e laico – Capodanno. Quest’anno, per colpa dell’ebola, a casa nostra non sarà possibile solennizzare san Silvestro servendo a tavola le lingue di pappagallo: la provenienza esotica pare sia un ostacolo insormontabile. Sono state cassate dal consesso delle matriarche chiamate in causa per elaborare il menù del cenone. Con il pontificato di papa Francesco, inoltre, la rinata e sentita ondata di religiosità ha spazzato via qualsivoglia rimando al mondo pagano, e così non potrò neppure servire ai commensali un gotto d’ambrosia: non si trova più nemmeno a barattarla con l’anima. Gli dei si son chiusi nell’Olimpo piccati, e non c’è modo di interagire con loro.

Mi consola però vedere le madames consorti dei miei sodali e la mia: eleva lo spirito ammirare la loro solerzia perché, pur satolle per le giornate di libagioni, riescono a restare lucide nel vergare la lista delle vivande per l’incontro pantagruelico che segnerà l’addio di quest’anno e inaugurerà il prossimo a venire. Studiano l’ordine delle portate con la medesima gravità con cui un anatomista sezionerebbe un cadavere dinnanzi ai suoi allievi, di primo pomeriggio.

Dal canto mio non m’azzardo a far loro presente che «mangerò volentieri qualcosa, un nonnulla, un pollo, una pernice…», tanto per citare Balzac, come soleva fare un vecchio amico che univa all’ironia un invidiabile e irraggiungibile esprit du monde. Finirei a sostituire il cappone come secondo. Perché il menù di Capodanno è appannaggio delle vestali dei fornelli, e poco importa se la quasi totalità di quanto i nostri stomaci saranno costretti a ingerire alla maniera delle oche in Bretagna sarà stato preparato dalle gastronomie… o da suocere compiacenti.

Vivaddio il cenone resta un buon modo per esorcizzare il futuro e confermare, almeno il 31 dicembre, che siamo parte integrante, fiera e orgogliosa, di questa società opulenta. D’altronde stasera, rincasando dalla camminata, son passato davanti alla vetrina di un negozio. Penso succeda a molti di vedere degli oggetti esposti e, tutto subito, di non farci troppo caso. A me è accaduto così. Son dovuto ritornare sui miei passi per raggiungere nuovamente lo spazio illuminato. Vero che camminavo veloce per scaldarmi, ma non credevo ai miei occhi. Così, per sincerarmi di non aver preso un abbaglio, ho fatto dietro-front. C’erano esposti alcuni modelli di metal-detector. Sul piano inferiore, distribuite a casaccio, brillavano molte monete d’oro. Presumo siano di quelle al cioccolato, rivestite con un velo d’alluminio dorato. Ma non è mica detto: chissà che l’intraprendente negoziante, per avvalorare l’aggiornata consuetudine di cui già narrava il buon Collodi, non abbia messo delle monete vere. Il luccichio era piuttosto persuasivo, per lo meno. Se si arriva a proporre di questi strumenti per sondare le ghiacciate zolle invernali alla ricerca degli zecchini, è inconfutabile che viviamo nel paese della cuccagna. Un motivo in più, come se non ce ne fossero di bastevoli, per brindare copiosamente di qui a poco!

L’immagine è di Jordaens, Jacob, Il convivio regale, 1638.
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