Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Lo zerbino


Uno zerbino ce l’abbiamo tutti, davanti a casa. Che poi sia più o meno sobrio o sofisticato, con la griglia in metallo inclusa o la frase di benvenuto rigorosamente in inglese stampata sopra… poco importa. L’essenziale è che svolga il suo compito: nettare le scarpe di chi entrerà da noi oppure palesare fin da subito quanto colui a cui state bussando alla porta abbia in odio il buon gusto.

Sta di fatto che oggi, mentre passavo sulla piazza davanti al castello dove lavoro, l’occhio mi è caduto su un banco del mercato in fase di smantellamento che ne esponeva alcuni a terra. Cinque euro, recitava il foglio adagiato accanto. In verità non ero mosso dall’intento di acquistarne.

Questo è un periodo poco idilliaco, per me, ma già lo sapevo; ciò che invero mi ha sorpreso è che il vedere un tappetino potesse suscitarmi, d’istinto, il rimando a quanto in passato lo sia stato pure io, uno zerbino. Il flash si è rivelato immediato – come presumo succeda al genio con l’intuizione o al comico con la battuta improvvisata – al punto che senza indugio ho domandato all’ambulante il permesso per fotografarli. Ha acconsentito, sorridente. Chissà, magari s’é chiesto che reazione avrei potuto avere se al loro posto ci fossero stati dei rotoli di carta igienica!

Un tempo mi è accaduto in molteplici occasioni di fungere da zerbino. Lo ribadisco, con non poca vergogna. Ma nessuno nasce perfetto. E – che mi risulti – neppure lo diverrà mai.

Intendo dire che c’è stato chi m’è passato sopra, a più riprese. Lo zerbino è fatto per questo: se ne sta apposta a terra, in basso… e viene calpestato. Senza remore. Sia chiaro: questa situazione non fa il pari con il servilismo. Affatto. Basta semplicemente essere incapaci a dir di no.

Immagino che non sia un’esclusiva soltanto mia, anzi, non intendo proprio accaparrarmi alcun merito, anche perché l’essere troppo disponibili non è motivo di vanto. Lo è piuttosto il saper approfittare della disponibilità altrui, stando ai parametri odierni. L’arte d’unger la supposta e di somministrartela magari facendoti pur dire “grazie!”.

Ci sono individui a spasso in questa variegata società che hanno un’inclinazione singolare nel fiutare gli zerbini. E, giocoforza, nel mettere in atto quella lusinghiera attività sociale che è la prevaricazione.

Ne approfittano, insomma, giocando sul fatto che, come asseriva un gesuita seicentesco di cui nutro una certa qual stima:

«… ci sono alcuni che appartengono solo agli altri, giacché la stoltezza corre sempre agli eccessi, e in questo caso non potrebbe essere più perniciosa; costoro non hanno mai un giorno e neppure un’ora tutti per sé, e si dedicano agli altri in maniera tanto eccessiva… c’è chi lo fa anche con l’intelletto, si che per gli altri sa tutto e ignora tutto per sé. L’uomo accorto si rende conto che nessuno lo ricerca per le sue qualità, ma ricerca in lui o per mezzo suo ciò che può giovargli»*.

Ti chiedono favori; domandano attenzioni; ti sfruttano come meglio possono. Tanto tu sei lì, inetto a mandarli a stendere. Può essere un lavoro non retribuito o sottopagato; del tempo che sarebbe stato usato in ben altri modi; perfino dei sentimenti che – a rendertene conto prima – avresti potuto investire con più merito per nobili cause o per affetti di gran lunga meno indegni.

Sulle prime ti senti orgoglioso, lusingato, utile: questi professionisti dello sfruttamento altrui sanno come far leva sul senso dell’altruismo; sulla disponibilità disincantata; sull’apparente bontà di ciò che ti propinano; oppure sulla stoltezza, come alludeva la vecchia volpe spagnola, o sull’ingenuità. Ti senti valorizzato come uno zerbino nuovo, appena adagiato sul pianerottolo, con il suo «welcome» in evidenza. Hai i peli fitti fitti, messi lì apposta per essere strofinati.

Soltanto dopo l’ennesimo sfregamento, quando le setole sono ormai logore, ti rendi conto di quanto sia stato usato.

Talvolta può essere troppo tardi: la polvere, la terra rinsecchita, la sporcizia si sono incrostati su di te. Sei buono solo per la differenziata. In questi tristi casi il cinismo spinge a non essere più accondiscendenti verso chiunque. Ed è un peccato chiudersi ai gesti gratuiti, a prescindere.

Ma non è mai detto. La svolta che fa la differenza, a mio modesto parere e per la poca esperienza personale, giunge come opportunità di riscatto nel momento in cui rifiuti il ruolo.

La presa di coscienza, e poi il diniego, sono come il primo bacio: non si scordano mai. Condividi il Tweet

La prima volta che ho detto un NO convinto non mi pareva d’essere stato io a pronunciarlo. Avevo dinnanzi gli occhi increduli dello sfruttatore. Gli aprii la porta di casa e lo invitai, con molta cortesia – ci mancherebbe – a commiatarsi.

Una successiva, differente opportunità – ricordo come fosse ora – si concretizzò con una mail, nella quale esternai tutto il mio disappunto, sempre con il dovuto garbo – ci mancherebbe – declinando ogni futura collaborazione con il figuro che m’aveva scambiato per uno zerbino.

Da allora – svezzato – vaglio con solerte e certosina cura le situazioni. Perché non è dalle azioni disinteressate che si deve rifuggire, bensì dalle intenzioni di chi te le propone, ché spesso son mosse da un vantaggio proprio, a discapito della tua benevola disponibilità.

 

* GRACIAN, BALTASAR, Oracolo manuale e arte di prudenza, Guanda editore, Milano 1997, p. 148.
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