Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Luci d’artista: a non tutti piacciono i coni gelato


Le luci d’artista sono opere creative che la città di Torino da decenni installa per le vie e le piazze del centro storico per conferire al Natale un connotato culturale.

Elevano lo spirito e insegnano ai mortali che può esserci qualcosa di più sublime, eccelso, estasiante dei fiocchi di neve luminosi, delle stelle comete o delle slitte cariche di doni che s’accendono e si spengono a intermittenza.

Apprezzate e prese a modello ovunque sul globo terracqueo, ogni anno fanno la loro comparsa in città rincuorando i torinesi e i turisti che il Bambin Gesù non disdegnerà di nascere pure nella capitale sabauda.

Quest’anno les citoyens della Municipalità avevano deciso di delocalizzarne una sezione nel quartiere delle Vallette per portare bellezza in periferia, dopo che l’anno antecedente l’opera d’arte ebbe uno strabordante successo fuori provincia, ad Asti, come intitolava un articolo de La Stampa: «Critiche e ironie sui gelati luminosi di corso Alfieri».

L’odierna è una graziosa concessione – o un atto rivoluzionario – di cui però non tutti hanno apprezzato il munifico gesto.

L’ingratitudine umana non conosce differenze di classe.

Degli sconsiderati ne hanno distrutta una buona parte.

L’onta è aggravata dalla mancata attesa che cominciasse almeno l’Avvento.

Biasimevole, certo.

S’ignorano gli autori del misfatto. E altresì le ragioni.

Per un’inclinazione al romanticismo mi piace pensare che si tratti di un nobile moto d’orgoglio: il medesimo che spingerebbe a declinare l’offerta di un dono natalizio per i propri pargoli da parte del datore di lavoro che nel resto dell’anno ti sfrutta, e ti salassa pure l’anima.

Quei “padroni” che t’ignorano e ti considerano soltanto un numero, ma che sotto le festività devono dimostrare d’esser buoni a tutti i costi, e allora ci danno dentro con il paternalismo tanto caro allo spirito subalpino.

Il torinese Gabriele Ferraris con la consueta sua ironia ne ritrae un quadro eloquente, rivolgendosi alle anime belle promotrici dell’iniziativa:

«No, care le mie dame patronesse, la vita vera non è quella dei libri che vi facevano leggere le buone nannies e i santi padri salesiani».

«Date brioches non luci d’artista»

L’indignazione più sentita però non è per il gesto sovversivo, insurrezionale e di vilipendio alla munificenza comunale.

Essa scaturisce dall’affermazione del presidente del Circolo dei Lettori, che ha chiosato:

«ci sono luoghi dove la bellezza e la cultura non arrivano; vanno lasciati al loro triste destino».

Frase di una tristezza incomparabile.

Però a proferirla non è don Ciotti o un educatore di strada.

Ecco perché non comprendo la richiesta delle sue dimissioni: i tanti che le esigono hanno mai messo piede, anche soltanto per sbaglio o per cortesia istituzionale, nell’aulico Circolo dei Lettori?

Il Circolo dei Lettori di Torino

Luogo di raffinata eleganza, immerso in uno sfavillio di luci tutto l’anno; salotto d’incontri dotti; teatro di convenevoli, bon ton e savoir-faire: qui canute madame borghesi hanno l’accortezza di russare sottotono durante la presentazione di libri impegnati.

Giocoforza che da chi preside un ritrovo culturale così elitario – e ben venga, sia chiaro, perché anche di cenacoli privilegiati della conoscenza abbiamo bisogno come il pane (pardon, come il tartufo sulle tagliatelle) – non ci si può attendere una visione eccessivamente ampia della cultura, nonostante l’apertura a scrittori emergenti e a tematiche contemporanee.

Ci si scandalizza? Perché mai!

Forse che qualcuno avrebbe di che dire se un pingue porporato ci ricordasse che «non di solo pane vive l’uomo», per commentare l’insensatezza di sfamare tutti i poveri del mondo?

Pertanto ritengo spropositato richiedere l’abbandono della carica, almeno che lo si voglia sostituire con gente che per cultura intenda il mangiar “cibo Italy”.

In effetti è un’accezione di bene artistico piuttosto disinvolta ma di largo seguito oggidì.

Le luci d’artista viste dall’altra parte

C’è piuttosto un atteggiamento ben più insidioso.

È l’altro lato della stessa medaglia: pensare che tutti siano in grado di ricevere cultura allo stesso modo.

S’ignora che certuni andrebbero preparati in maniera adeguata: non un “calar dall’alto”, piuttosto un partire dal basso.

Anche perché il “vulgo” non è tenuto a sentirsi onorato per il trattamento in odor di benefattori verso gli orfani, le vedove e gli invalidi.

Non dubito che i promotori dell’iniziativa fossero mossi dalle migliori intenzioni, ma è stato come stappare una bottiglia di Barolo per mescerla a chicchessia.

L’uno sostiene che sia “dar perle ai porci”, mentre gli altri trasecolano constatando che vien bevuto tutto d’un sorso come se fosse Tavernello.

O si stupiscono che qualcuno non l’apprezzi.

Pare che per certi palati abbia un gusto troppo marcato… e dunque è finito nel primo vaso di fiori venuto a tiro.

Senza troppi complimenti.

luci d'artista

Foto (anche in apertura dell’articolo) da: Redazione web – www.comune.torino.it

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