Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

L’ultima notte a Barcellona


Il prologo al Lettore è nel precedente articolo

Parte prima, ove l’Autore narra dell’ultima sera passata con tre amici in terra catalana,

ossia della perizia di taluni artigiani locali nello scolpire le pietre;

di quanto ingannevole sia l’apparenza negli uomini;

di come il vino di Spagna favorisca doti d’attore.

La ricerca di qualche souvenirs era risultata vana benché ci fossimo lasciati trascinare dalla curiosità nei vicoli attigui alla cattedrale, con lo stesso spirito con cui si spera di trovare il Sacro Graal. In particolare fummo rapiti da un negozio che – per arredamento antico e sterminata sequenza di teche in legno – prometteva di risolvere l’assillante dilemma di cosa portare a casa in ricordo del viaggio.

L’oggettistica esposta – anelli, collane, orecchini, bracciali – era però talmente variegata e dai costi proibitivi che ci pareva un azzardo eccessivo acquistare qualcosa.

Ci dispiacque oltremodo, perché dubito che accadrà ancora nella vita di passare in rassegna merce sì rara e originale: tra le mirabilia ci aveva suggestionato una selezione di vistosi ciondoli di pietre dure dalle inequivocabili forme falliche. Un presente impegnativo – forse – ma inconsueto: quale miglior occasione per una signora per non passare inosservata e rimaner impressa nell’altrui memoria? Temendo però d’indurre chi l’avrebbe visti a credere che arrivassero dai nostri calchi… desistemmo, più per eccesso di modestia che per avarizia.

Dovemmo affrettarci, perché l’altra coppia di compari di ventura ci attendeva in albergo, per poi cenare insieme in un locale suggeritomi da un amico prima di partire: essendo l’ultima sera infatti i due avrebbero rinunciato ai morigerati, parchi, sobri spuntini ai quali si votarono in quei giorni, come frati durante la quaresima, per unirsi a noialtri. Un gesto assai apprezzato.

Raggiungemmo il ristorante in poco tempo e constatammo subito che non trovandosi in un palazzo nobiliare, e neppure in un antico convento, si sarebbe speso poco saziandoci lo stesso quanto basta. D’altronde siamo gente che mangia un porro ma lo fa passare per un cappone. Ci dissero che soltanto un’ora dopo avrebbero servito ai tavoli. Fu giocoforza ingannare l’attesa con un aperitivo: dopotutto la sangría ci era diventata familiare alla stregua del vin santo per un celebrante, e nessuno fece resistenze all’idea d’idratare le ugole.

Vagammo nei dintorni fino a che le musiche di una festa sortirono il medesimo ruolo delle Sirene per Ulisse: si svolgeva in una piazza piuttosto ampia, circoscritta da grandi edifici.

Il primo colpo d’occhio fu sulla peculiarità della maggior parte dei partecipanti, più o meno tutti con copiosi bicchieri di birra in mano: la barba. Era la prima volta che ci capitava di vederne una tale rassegna: corte o lunghe, curate o ispide, folte o rade. Dal vivo, per lo meno, senza cioè contemplare le edificanti quadrerie nelle chiese, con i ritratti dei dodici apostoli o le raffigurazioni dei patriarchi biblici accomunati dall’aria austera e compita.

Uno dei miei amici ebbe anche un momentaneo moto d’orgoglio, compiacendosi del filo di peluria che gli incorniciava il viso. Passeggero… perché di lì a poco avvertimmo la sensazione che il ritrovo non fosse pensato per escludere i glabri dalla festa, bensì per socializzare tra barbuti, in modo alquanto affettuoso. Era insomma un raduno di bear, di daddybear, di muscle beard, cub e via discorrendo. Innocui, anzi… a giudicare dalle effusioni reciproche… si dimostravano tutt’altro che aggressivi. Sta di fatto che l’atmosfera si profilava sempre più impegnativa man mano che passava il tempo, e sebbene non vi fosse ragione di temere «che ti possan mangiare gli orsi come Favila famoso», la nostra compagnia si risolse a seguire gli appetiti della pancia a scapito d’altri, per i quali è rara l’acquolina in bocca se s’ignora il menù.

La cena d’addio a Barcellona fu onorata da sangría tinta, e poi dalla cava, per omaggiare l’accoglienza riservataci dalla terra catalana: in poche parole lo spirito e la benevolenza verso l’umanità tutta avevano fatto breccia nei nostri animi, predisponendoci a raggiungere la Rambla principale con le migliori intenzioni. Tanto che, una volta arrivati sulla passeggiata, ebbimo pure la compiacenza di supportare moralmente coloro che si facevano ritrarre sulla pubblica via.

In sostanza ci avvicinavamo agli artisti e osservavamo con aria vaga, all’apparenza disinteressata, i soggetti in carne ed ossa, adagiati sulle sedie; successivamente esternavamo espressioni di stupore a indirizzo del foglio di lavoro che l’improvvisato modello non poteva scorgere, stando seduto dinnanzi all’autore.

A quel punto s’innescava un singolare processo psicologico. Colui o colei che veniva ritratto – almeno a giudicare dal viso corrucciato e preoccupato che mostrava vedendo le nostre facce con gli occhi sbarrati e lo scambio di sguardi interrogativi l’un con l’altro – preferiva riporre la fiducia in sconosciuti come noialtri anziché nella maestria del ritrattista al quale si era affidato.

Il risultato era una situazione perlomeno comica, dove il malcapitato non osava alzarsi per verificare cosa stesse delineandosi sul foglio bianco ma, nel contempo, moriva dall’imbarazzo sia nel sentirsi lo zimbello degli astanti sia presagendo l’ipotetico risultato grottesco o ridicolo che tutti, tranne lui, potevano osservare in anteprima.

La nostra rappresentazione teatrale durò il tempo necessario per evitarci bastonate vuoi dal ritrattista vuoi dai committenti.

Infine ci dividemmo, come accadeva di consueto in seconda serata: i due amici ritornarono in albergo, mentre il mio sodale ed io pensammo di smaltire la bevuta con un’ulteriore passeggiata, ben risoluti a non far tardi, dato che l’indomani mattina ci attendeva il lungo viaggio di ritorno in macchina.

Parte seconda, ove l’Autore narra dell’ultima notte passata con l’amico in terra catalana,

ossia di quanto l’amore universale sia una chimera;

delle disavventure occorse;

del modo per rimediarvi quando si è filosofi.

La passeggiata ci avrebbe riportato alla compostezza che ci contraddistingue, se non fosse per il clima spagnolo tanto ammorbato dall’opera del Cervantes da indurre perfino il più assennato dei mortali ad immedesimarsi nel cavaliere della Manchia.

Ci accadde così di scorgere Dulcinea del Toboso: una donna che nei giorni antecedenti aveva offerto in varie occasioni la dimostrazione di quanto una mente svincolata dalla ragione goda della libertà d’espressione e di gestualità che a noi sedicenti razionali non sarà mai concessa.

Mi presentai, o almeno tentai di farlo, perché il primo approccio non ebbe seguito se non in convenevoli ben poco cortesi da parte sua, nonostante sfoderassi il repertorio navigato della galanteria ad uso dei tempi odierni.

Soltanto dopo che s’era assicurata che non avessimo altre intenzioni se non di dimostrare in terra straniera la comune fratellanza nel genere umano, ella si lasciò andare in una sorta di ballo che coinvolse pure il mio Sancho, in un imbarazzante danza a tre che doveva probabilmente ricordare a chi ci osservava il giorno in cui, da noi, ci fu chi festeggiò la pubblicazione della legge Basaglia sulla Gazzetta Ufficiale.

Nonostante l’ora tarda, ormai ringalluzziti dalla conoscenza con l’eccentrica signora, che non smetteva di vociare e inneggiare a chissà chi o chissà cosa in un idioma incomprensibile, decidemmo d’inoltrarci in percorsi sconosciuti, certi che questa grande e ospitale città avesse atteso proprio noialtri per attestare l’esistenza dell’amore universale.

Eravamo i prescelti. O almeno ci s’illudeva di esserlo.

Calato nel ruolo di novello apostolo, dopo un imprecisato vagare vidi venire verso di noi una coppia di giovani, che davano l’impressione d’esser altrettanto bendisposti. In quel frangente non mi sovvenne l’idea che nella grande città c’è sempre il più stolto e il più saggio, il più ricco e il più povero, ossia i due estremi di ogni cosa; e che essa nasconde i malvagi e copre i buoni.

Il caso volle che lo sconosciuto m’abbracciasse con enfasi per dimostrare il grado e la misura della filantropia iberica, ma nel farlo pensò bene d’alleggerirmi sia del cellulare sia della carta di credito.

Concluse le fraterne effusioni, la coppia si dileguò in un battibaleno. Fu allora che Daniele, vestiti i panni di un tardivo grillo parlante, mi chiese se non fossi stato derubato.

Lo guardai sbigottito, incredulo nel sentirlo ipotizzare un gesto tanto abietto. Per scrupolo tastai la tasca posteriore e con soddisfazione lo rassicurai, sottolineando quanto mi dolesse saperlo cinico. Aprii le braccia, alzai gli occhi al cielo e benedissi la bontà dei figli d’Adamo. Nel compiere il gesto avvertii il movimento troppo leggero delle braghe e trasalii: misi subito le mani nelle tasche davanti e scoprii il furto!

In tali perniciose situazioni si palesa la natura di ciascuno.

A buon diritto avrei potuto imprecare contro gli dei, facendo scendere dal cielo schiere di santi. Ma è costume che s’addice ai sanguigni.

Sarebbe stato consono pure ammettere la mia ingenuità, come è proprio dell’umile che riconosce i suoi limiti.

Invece m’è venuto in soccorso quel ramo della filosofia che educava al distacco senza con ciò rinunciare al piacere della buona compagnia, delle conversazioni amene e dell’accettazione della sorte.

Proposi dunque di farci una bevuta.

L’iniziativa piacque – per inciso va riconosciuto che non vi sia piacere al mondo gratificante come l’empatia con un amico – e ci incamminammo in una strada laterale, dove di lì a poco scorgemmo le luci di un locale.

Era – questo – un luogo abietto, fatiscente e degradato, reso ancor più ignobile dalla presenza di quattro donne che, a quell’ora e con quell’abbigliamento, davano ad intendere di non essere le più zelanti dame di carità di Barcellona.

Subito ebbero la compiacenza di palesare ruoli e missione, proponendoci la di loro compagnia. Molto cortesemente rifiutai, adducendo alla mia barba grigia, alla fede al dito e alle sventure appena occorsemi.

Non contente si rivolsero al mio amico, che rispose loro in tono serafico:

«Io sono ricchione!».

Sul momento non intesero. Mi toccò mimare un gesto universale, passando l’indice destro sotto il lobo dell’orecchio… tanto se avessi detto loro ch’era un botiller del verdugo y depositaro general de culpas dubito che avrebbero afferrato.

Per lenire il nostro rifiuto pensai di offrire da bere a tutte: il riferimento alla barba lunga fu di pretesto per avviare un gioco d’indovinelli intorno all’età dei presenti. Noi avevamo bastevole lucidità per computare al ribasso gli anni alquanto avanzati delle gentildonne.

Non era il caso di fomentare risse o discussioni improprie.

Ci commiatammo come se fossimo amici da secoli e dovessimo rivederci la sera dopo.

Riappacificati con il mondo ci si avviò verso l’albergo.

L’unica trascurabile inezia consisteva nell’ignorare nel modo più assoluto sia dove fossimo sia dove avremmo dovuto dirigerci. Questione di poco conto se non fossero mancate poche ore all’alba, e se non avessi avuto l’urgenza di bloccare la carta di credito.

Camminavamo come Dante nella selva oscura quando, all’improvviso, lungo l’ampio e deserto viale alberato vedemmo, in lontananza, una creatura che pareva uscita da Narnia.

Era una figura altissima, un essere tutto contegnoso, con un passo grave e diritto come un fuso: vestita con un abito argenteo, portava un’enorme parrucca candida, e tutto il biancore di cui era addobbata pareva emanasse bagliori di luce, tanto contrastava con il contesto buio e scuro. Era una drag queen.

L’accompagnavano alcuni giannizzeri. Aspettammo che arrivasse da noi per domandarle lumi sulla via del ritorno. Man mano che s’avvicinava emanava il fascino e il sentore della solennità, come un baldacchino di broccato portato in processione. Salutammo il gruppetto. Lei ci degnò appena di uno sguardo, issata su delle calzature più simili a trampoli che a scarpe. Poco ci mancò che dovessimo chiedere udienza e baciare la sacra pantofola. Ma i cicisbei che formavano il seguito furono cortesi e ci fornirono parecchie indicazioni. Lo fecero in un catalano fluente, scorrevole e assai musicale, quindi per nulla comprensibile. A noi non restò che annuire e ringraziare, più o meno con la stessa soddisfazione del ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.

Scomparvero quasi subito, svoltando al primo incrocio.

Mancava soltanto il canto del gallo per rendere più realistico il Calvario che ci accingevamo a vivere.

Audentes fortuna iuva: un taxista di passaggio ci riportò all’albergo.

Lì riuscii a bloccare la carta di credito; a far visita alla polizia locale, dove seguì una conversazione che anziché a Barcellona pareva si fosse svolta in cima alla torre di Babele; a dormire la manciata d’ore necessarie a farci apprezzare le quattordici successive di viaggio per ritornare alla nostra Itaca.

Explicit

Non ho appesantito il testo con note bibliografiche sebbene, in omaggio agli scrittori spagnoli, vi siano qua e là riferimenti in corsivo riconducibili a CERVANTES, Don Chisciotte della Mancia; a FRANCISCO DE QUEVEDO, L’imbroglione; a La vita di Lazzaglio Del Torme.

La foto in apertura è di Daniele Giangualano
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3 Commenti

  • Mi dispiace per carta e telefono… Dicono sia la norma in Spagna 🙁
    Ma per il resto… Che ficata! E soprattutto, fichissimo lo stile “old-fashioned” con cui hai descritto quest’ultima notte: quasi quasi ero a teatro e seguivo le rocambolesche avventure del palcoscenico comodamente seduto in platea. Complimenti! La fortuna aiuta gli audaci, perciò un pizzico di audacia sempre nella vita, no?

  • Questo scritto picaresco è quanto di più originale, sottile e lucido abbia letto negli ultimi tempi. Mi hai portato con te in quei luoghi, mi hai fatto sentire l’allegria condivisa e la composta consapevolezza per il furto. Un furto dolce se ci pensi, nessuna violenza se non quella morale dell’esser privati di qualcosa di intimo. Un furto che forse, in altre città, avrebbe avuto altri esiti e altre sorprese. Mi duole molto per la tua disavventura ma sono felice che tu l’abbia condivisa.
    Un abbraccio
    Mimma

    • Ignorante con stile

      Dici bene – un furto dolce – e proprio questo ha lenito il dispiacere. Peraltro tutta la serata e la nottata sono state costellate di situazioni inaspettate, unite da quel filo comune che è stata la buona disposizione d’animo: nostra e di chi abbiamo incontrato di volta in volta. E’ quell’aspetto del viaggio che prediligo: lascia in noi un ricordo agrodolce e – almeno a me – rammenta che le vicissitudini producono piacere o astio anche in base a come ci predisponiamo nel viverle.

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