Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Misericordia!


È un’esclamazione un po’ desueta. Anzi, penso sia quasi del tutto estinta. Usciva d’impeto, un moto dell’animo per dissentire; una via di mezzo tra lo stizzito e lo stupore eclatante.

Adesso hanno perfino inaugurato un giubileo della Misericordia, intesa però nel senso cristiano di pietas caritatevole. Ma è la prima accezione quella che m’è venuta in mente leggendo l’articolo di Mi Riconosci? 

Poi mi sono rilassato. Ho pensato che sia giusto valutare – beh… tentare di valutare – anche il punto di vista del ministro e del governo. Ehhhh, li capisco: la cultura è un bene immateriale. Perché darne un prezzo? Certo, solo ieri nell’articolo precedente scrivevo di un tariffario elargito ai diciottenni per usufruire della cultura. Ma per far colpo su dei neo maggiorenni è d’obbligo monetizzare: un capo di vestiario, lo smartphone, le liste di consumazione in un locale sono appetibili se hanno un valore… meglio se il più caro possibile, quindi anche l’assegno deve essere congruo. Mezzo migliaio di euro superano l’iscrizione annua in palestra e le sedute dall’estetista per depilarsi, per i ragazzi; gli incontri dal ginecologo o dalla dietista, per le loro coetanee. Ergo sarà senza dubbio preso in considerazione.

Invece retribuire dei giovani per il loro impiego in ambito culturale è svilire la Cultura alla stregua di un’arte applicata qualunque. Tanto più che esiste un’ottima ragione: il giubileo, che di suo garantisce l’assoluzione delle colpe. Non si è credenti? Meglio ancora: c’è più merito, e il Padreterno ne terrà conto al momento del Giudizio Universale.

Me li ricordo i corsi di archeologia classica che feci a suo tempo all’università. Lavoravo e studiavo: usufruivo di 150 ore annue di permesso. Lo so che detto adesso, con «Quo vado» in proiezione, suoni davvero male. Ma posso garantire che far combaciare quel permesso di studio con la frequenza in università significò un sacrificio immane: dalle otto del mattino alle venti di sera me ne stavo ininterrottamente a Torino in facoltà, per tre giorni consecutivi, approfittando soltanto del proverbiale “quarto d’ora accademico” per le pause. Sigarette – tantissime – e panini portati da casa. E un fiume di caffé. Archeologia romana era alle 18:00, a Palazzo Nuovo. L’ultimo corso serale. Cosa potesse ancora entrarmi in testa, a quell’ora, il Cielo solo lo sa, ma il professore era un mito. Ritornavo a piedi alla stazione di Porta Nuova, una ventina di minuti di tragitto quasi di corsa, per prendere il treno che mi riportava all’ovile un’ora dopo. Cenavo intorno alle 22:00. Poi riprendevo a studiare, nella notte. Le mie lauree e le mie specializzazioni non sono servite a nulla in ambito professionale: è avanzato di gran lunga di più lo scioglimento dei ghiacciai della mia carriera. Ma un lavoro nei beni culturali continuo ad averlo – perlomeno al momento – e non è poco.

Lo studio mi è stato utile per ben altro, e non rimpiango i sacrifici e gli anni investiti. Però leggendo il bando del Ministro, passatami la calma, istintivamente mi son venuti in mente i giovani che escono dalle facoltà umanistiche, molti dei quali li conosco, li frequento, sono in contatto. Alcuni chiedono se possono affiancarmi nel lavoro. Di recente uno, dal curriculum impeccabile, mi ha contattato. La mia risposta è laconicamente negativa. So che non ci sono risorse. E neppure mi viene in mente di propor loro tirocini, stage, esperienze volontarie: lo ritengo un insulto, un affronto, uno svilimento. Perché bisogna aver provato sulla propria pelle il significato non solo delle ore e ore di studio, ma le frustrazioni per docenti assenti o sprezzanti – non tutti, per fortuna, ma abbastanza per sfibrarti -; di aule inadeguate, stracolme, invivibili; di appelli interminabili; di dinieghi nelle segreterie; di trafile burocratiche snervanti; di prospettive future sempre più nebulose; di rinunce – queste sì, comuni a qualsivoglia universitario serio – per comprendere il valore di una laurea umanistica. Per non parlare – immagino – di una specializzazione in archeologia.

Lo Stato chiede adesso di investire tutto ciò, il frutto di quelle fatiche, gratuitamente. Perché non domanda di fare altrettanto ai giovani militari che esportano la suadente democrazia occidentale in Medioriente? Forse che non basta il loro proverbiale “amor di Patria” per farlo?

O perché non ci si è accordati per stornare l’otto per mille della Chiesa cattolica come compenso per i professionisti del settore, nell’anno giubilare?

E i contributi della Conferenza Episcopale destinati al recupero dei beni storico artistici non potevano essere investiti per il supporto culturale ai pellegrini in visita alla Città Eterna? Conflitto d’interessi, mi si direbbe. Eppure pare che i finanziamenti statali al giubileo, gli immensi costi per la sicurezza, le opere d’intervento straordinario non contrastino affatto con la natura laica dell’ordinamento repubblicano a servizio di un’iniziativa squisitamente d’Oltre Tevere.

A farne le spese, a rimetterci, a caricarsi della frustrazione ormai quotidiana, tanto per cambiare sono i giovani. Già… loro: i politici si riempiono la bocca “di giovani”; il tema ha un ottimo ritorno d’immagine, d’altronde son merce rara oggidì quelli ancora rimasti sull’italico suolo. Ma nella realtà non c’è categoria più vilipesa e oltraggiata.

Altro che misericordia!

 

 


 

L’immagine è tratta da http://followthecamino.com/blog/tag/botafumeiro/

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