Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Modesta riflessione sulla doppia faccia


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Nell’aulica sala del consiglio della mia città ci sono quattro grosse tele. Sebbene annerite dalla polvere e dal tempo si conservano tutto sommato ancora bene, almeno in considerazione di quanto devono aver sentito in quell’ambiente nei secoli passati. Si tratta di accidenti perniciosi per l’animo umano, figuriamoci per dei dipinti a olio. Gli ignoranti della mia risma a primo acchito potrebbero credere che raffigurino scene mitologiche antiche, invece sono copie – e come tutto ciò che non è originale ma soltanto un’imitazione… hanno i loro limiti –   di incisioni che nel Seicento ebbero un certo successo, grazie al fatto che circolarono all’interno di un testo di floricultura che andava piuttosto alla moda nella buona società. Sia chiaro, non era proprio un manuale alla portata di qualsivoglia giardiniere, piuttosto un libro per gli appassionati, come i trattati sull’arte politica oggi, che pare siano ad esclusivo uso degli onanisti. Erano letti da coloro che di fatto potevano permettersi schiere di addetti alla manutenzione dei loro sontuosi parchi e che non si sarebbero mai sognati di sporcarsi le mani con la terra o di sfibrare le voluminose parrucche incipriate potando piante: i Farinetti del tempo, insomma, gran cultori del cibo sano senza l’onere di doverlo produrre personalmente. L’autore, tale Giovan Battista Ferrari, era uno di quei gesuiti che ebbe il buon senso di impegnare il proprio talento a favore della botanica* anziché nell’arte pirofila dell’ardere eretici. Gliene siamo grati tuttora. Dotato di una fantasia trasbordante, pensò bene di inventarsi degli episodi epici di sana pianta. Anche per questo merita rispetto: anziché cimentarsi sulla dozzinale favolistica religiosa come i suoi confratelli, si cimentò in un’originale saga mitologica, con personaggi del calibro di un certo “Lumaco” che di notte mangiava a sbafo i fiori coltivati con passione dalla nobiltà del tempo. Ebbene, una di queste tele, a sinistra entrando nel salone, riproduce una scena d’infioramento, con tanto di ghirlande, di un busto raffigurante il dio Giano. Com’è noto esso simboleggia la capacità di guardare al futuro e al passato, all’interno e all’esterno delle cose. Se fosse vero che l’arte possiede un’anima, c’è davvero motivo per stupirsi del suo buon stato di conservazione. A differenza però dell’iconografia classica, questo Giano locale ha un volto barbuto e uno glabro. Allude dunque all’anno vecchio e a quello giovane. Il motto scolpito alla base del piedistallo d’altra parte evidenzia il rispetto che si deve al tempo che passa e che ha a venire: «Redimitur floribus annus». Ora, si sono già consumati due giorni di questo novello 2015, e confesso la mia incuria nel disattendere all’infioramento dell’anno appena trascorso. D’altronde, appena ho provato a riflettere sulle vicende accadutemi nei dodici mesi lasciatimi alle spalle, mi ha preso lo sconforto. Almeno in rimando alle penose frustrazioni lavorative accorsemi: il 2014 verrà ricordato negli annali personali come quello foriero della peggiore cesura a qualsivoglia velleità di crescita professionale, in barba al merito che fino ad allora credevo fosse l’humus per coltivare sovrabbondanti raccolti fruttiferi. La crisi ha reciso il filo della spada di Damocle che da vent’anni pendeva sulla mia testa. Già. Ho così deciso di astenermi dal posare fiori alla base del volto barbuto. Neppure ho pensato, com’era consuetudine un tempo, di iniziare il nuovo con sani, galvanizzanti ed elevati novelli propositi. L’esperienza mi suggerisce che sia meglio affidarsi al fato, anziché rischiare di offendere il destino mettendo avanti iniziative che potrebbero frustrare alquanto la mia indole, poco o affatto incline “ai compromessi”. Di certo però desidero onorare maggiormente il tempo. Questo sì. E alludo al tempo libero, quello svincolato dagli obblighi lavorativi. Perché troppo ne è fluito l’anno scorso in rivoli infruttuosi. Pensando di far cosa buona e giusta assecondare le richieste di chicchessia in prestazioni, attività, impegni che richiedevano dispendio di tempo, ho constatato poi sia l’ingratitudine dell’umana specie sia la futilità del cimentarsi laddove non se ne ricava un utile che non sia altro  – se va bene – di un ringraziamento dovuto, il quale non si nega a nessuno. Il tempo, come la salute d’altronde, è un bene di cui disponiamo ma che soltanto in parte dipende da noi: almeno quella fetta di cui posso farne uso liberamente desidero impiegarla a vantaggio mio, di coloro che amo, dei piccoli piaceri che la vita può offrire quando sappiamo accontentarci.

Al prossimo dicembre saprò se mi toccherà deporre crisantemi anziché rose, alla base del Giano.

  • Giovan Battista Ferrari, Flora overo cultura di fiori, Roma, 1638.
L'immagine è un particolare dell'incisione antecedente il libro I, "Apparecchio di giardini", op. cit.
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