Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Morire per trascuratezza


Un recente intervento di valorizzazione di un’area urbana nella mia città ha consentito a numerosi alberelli d’iniziare una vita a servizio del bello.

Sono stati piantumati sia in un vasto piazzale sia a ridosso di una nuova strada inaugurata da poco tempo, e altresì come complemento d’arredo verde in “alcune” rotonde limitrofe. Parecchi di loro però hanno declinato il ruolo ornamentale, trapassando a miglior vita. Altri attendono l’olio santo prima di spirare, ma dovrebbero comunque abbandonare questa valle di lacrime tra non molto.

Adesso i molti fusti secchi svettano tra l’asfalto e il cemento, come patiboli in attesa d’impiccagione.

Siccome l’eutanasia è vietata nel nostro Paese, tocca scartare l’ipotesi di una scelta libera e individuale. Si tratta dunque di una volontà esterna.

I più additeranno la Natura maligna, crudele e sadica, che per l’estate ha mandato il sole e il caldo. Una congiuntura insolita e, ancor più, imprevedibile.

Gli inclini ai facili complottismi come s’usa oggidì penseranno ad altri soggetti: o agli extacomunitari, invidiosi del nostro verde pubblico e nostalgici delle aree desertiche, o ai fini pensatori che hanno pianificato questo spettacolo singolare per il nostro bene. Infatti osservare le piante morte ci ricorda la precarietà della vita: niente deve darsi per scontato dinnanzi a una sentenza già scritta.

Banalmente: «… quand’è la tua ora nulla può ritardarla».

Il monito sulla transitorietà del mondo andrebbe brevettato, e potrebbe inaugurare un nuovo filone nei parchi metropolitani; lungo i viali cittadini; nei giardinetti dei paesi: un albero rinsecchito sì e uno no – con i rami nudi e spogli proprio nella bella stagione – resta impresso nella memoria ben più delle edificanti prediche nel giorno d’Ognissanti.  E al merito ontologico s’unisce una sensibile riduzione dei costi di manutenzione: non sono da innaffiare e non perdendo le foglie si risparmia sugli operatori ecologici.

Inoltre il tronco sottile degli alberelli inibisce chi, per debolezza di vescica, fosse tentato di far minzione sfruttandone il fusto come appoggio per il braccio sinistro, qualora avesse alzato il gomito; nonché come barriera naturale in omaggio al senso del pudore.

A me però hanno insegnato che le risposte più scontate non per forza siano quelle giuste. Mi piace dunque pensare che gli ignoti responsabili della morte delle piante volessero trasmetterci una metafora dell’amicizia.

L’argomento tornerà in auge prestissimo, dato che il nostro Presidente del Consiglio ha donato a Zuckerberg il De amicitia di Cicerone, e quindi ci sarà chi, con l’autorevolezza che gli compete, ne tratterà con dovizia nella consueta trasmissione serale di turno in tv.

Dunque non mi dilungo, perché non è bene parlare di ciò che non si conosce. Ci tenevo però a sottolinearne l’analogia, perché vanto un certo pollice verde e volevo nobilitarlo con il trattato ciceroniano. Trovo le piante l’emblema dell’amicizia.

Cicerone, l’antico romano vissuto apposta per far fare bella figura a Renzi, sosteneva che la base della stabilità e della coerenza che cerchiamo in un’amicizia sia la lealtà. Nulla è stabile se manca la fiducia*. Un po’ come il terreno fertile per un germoglio. Poi, ovvio, la pianta andrà concimata, di tanto in tanto, dosando la quantità: un eccesso di fertilizzante può bruciare l’apparato radicale, come la troppa possessività un rapporto d’amicizia.

Talvolta serve una potatura, ma al pari delle critiche o delle osservazioni, occorre agire con delicatezza e soltanto se utile, senza essere drastici. In tal caso l’intervento consentirà uno sviluppo folto e omogeneo della chioma.

La cura attenta e costante di una piantina favorisce la crescita di un albero capace di fiorire e di portar frutti; di essere ricovero per gli uccelli; d’ombra durante la calura; di ornamento per un paesaggio; di calore con la sua legna nei rigidi inverni della vita.

Ma nessuna pianta, alla stregua di un’amicizia, potrà mai sopravvivere alla siccità prolungata.

D’acqua. O di attenzioni costanti.

«Devi dare inoltre all’amico in primo luogo quanto sei in grado di dare, in secondo luogo quanto la persona che ami e vuoi aiutare è in grado di sostenere»**.

*   *   *

Firmamentum autem stabilitatis costantiaeque est eius, quam in amicitia quaerimus, fides. Nihil est enim stabile, quod infidum est», in CICERONE, MARCO TULLIO, De amicitia, Garzanti Editore, Milano 2000, p.104.
**Ivi, p. 108: «Tantum autem cuique tribuendum, primum, quantum ipse efficere possis, deinde etiam, quantum ille, quem diligas atque adiuves, sustinere».
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