Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Muri


Si fa un gran parlare del muro che Trump intende far costruire sul confine con il Messico, ben più consistente dell’attuale, risalente agli anni Novanta. Immagino che sarà meno monumentale della muraglia cinese, ma presumo che raccoglierà più lacrime di quello del pianto a Gerusalemme.
Qualche settimana fa degli studenti di un istituto superiore locale son venuti da me, a chiedere ragguagli sulla documentazione storica legata alla cinta bastionata della città. La loro scuola – se ho ben inteso – aderisce a un progetto di studi proprio sulle mura.
Nel giardino dietro casa mia c’è un poderoso muro di cemento, su cui ho fatto arrampicare la vite canadese, per mascherarlo: adesso dà riparo ai merli, consentendo loro di nidificare tra i rami intrecciati e le fronde fitte e ombrose.
Tre diversi tipi di muri, per altrettanto differenti usi.
Il primo è di separazione, tra un noi e un loro; il secondo era difensivo ed oggi, per ciò che resta, è un’opera degna di ammirazione e di valorizzazione culturale; l’ultimo è di contenimento: tiene a bada la scarpata retrostante, ché altrimenti franerebbe nel giardino con gravi ripercussioni sui bulbi, le peonie e le rose che di qui a poco inizieranno a germogliare e poi fiorire.
I muri in se stessi non sono da demonizzare. Hanno una loro utilità, magari anche soltanto per dimostrare che con la fede, e sette giri intorno, riescono pure a crollare, sotto il suono delle trombe di corno d’ariete, come accadde con successo per gli ebrei, a Gerico.

Ci si scaglia – non a torto – contro il progetto americano: alzare una barriera è un atto vile; una manifestazione di arroganza nel sentirsi forti e reputare nel peggio modo gli altri, sebbene spesso sia proprio l’ostentazione della presunta superiorità a palesare una debolezza insita.
Oltretutto non perché il progetto trumpiano evochi pareti inespugnabili allora siano da giustificarsi quegli altri più leggeri – di filo spinato e di reti – che nella nostra civile Europa sono stati innalzati in spregio all’efferatezza dei precedenti, nello scorso secolo. Come se facesse differenza vedersi sbattere in faccia un pesante portone intagliato rispetto a un cancello in ferro battuto: sempre fuori dall’ingresso si resta.

A ben pensarci, ogni volta che piantumiamo delle siepi diamo vita a un muro “verde”: è una barriera meno impattante e più economica dei mattoni o delle pietre, ma serve per difendere la privacy; contro lo smog e la polvere; per definire i limiti della nostra proprietà; magari per occultare brutture. Non c’è nulla di male.
Mura di contenimento le innalziamo un po’ tutti, in noi. Condividi il Tweet
Com’è giusto che sia. Talvolta è una scelta obbligata, per arginare la mole di cattiveria, d’intolleranza, di astio, d’invidia brulicante in parte della società che ci circonda. Maggiore è il malessere che avvertiamo intorno, più corposo sarà il muro di sbarramento.
Poi c’è chi l’innalza pure per difesa. D’altronde, se si è persone fragili, sensibili, delicate, è comprensibile erigere delle strutture per tutelarsi, perché il mondo non è fatto soltanto di empatia e di altruismo, e ci vuole un attimo per restare feriti da chi non si fa scrupoli a offendere, denigrare, trattar male.
Ma esistono individui che, con tracotanza e prepotenza, non si fanno scrupoli a ostentare il proprio muro, creato apposta per separarsi da chi reputano indegni.
Ci si barrica nelle proprie certezze, e si dà accesso all’interno a coloro che son visti alla pari, con i medesimi requisiti, con le “carte in regola”: stesse idee, stesse provenienze; stesse abitudini di vita. Chiunque non sia identificabile con il proprio sentire, e dunque appaia diverso per mille ragioni, deve starne fuori. Potrebbe essere pericoloso.
E da ciò nasce la sindrome dell’assediato: basta una scelta o un’opinione difforme dalle proprie per far suonare le campane d’allerta; serrare le porte d’accesso; tirar su i ponti levatoi.
Conosco persone che all’accenno altrui di pensieri meno ortodossi o scontati, più aperti o contro corrente, si irrigidiscono: si direbbe perfino che sopra la cinta muraria interiore venga attivata l’alta tensione, lungo il filo spinato aggiuntivo messo come barriera supplementare.
Vorrei far comprendere quanto questa muraglia danneggi prima loro degli esclusi, tagliandoli fuori dal bello e dall’utile che se ne ricava con lo scambio reciproco di esperienze, d’idee e di consuetudini differenti, ma è fatica sprecata.
Perché, pur con tutta la buona volontà, non è affatto facile dialogare ai piedi di un bastione, se tu stai fuori mentre l’altro è asserragliato dentro… magari sul camminamento di ronda, intento a scaldare l’olio bollente.
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La foto in notturna è di Francesca Cesario, che ringrazio per la disponibilità all’uso.
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