Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Nel naturale ciclo della selezione della specie vince il più forte


Cacciatori

Domenica prossima si aprirà la stagione venatoria. Pure quest’anno purtroppo pare che sia riservata soltanto agli animali: scorrendo il calendario pubblicato sul sito della mia provincia* infatti sono diligentemente annotate le specie cacciabili ma non ho trovato un solo accenno ai figli d’Adamo. Mi spiace. Si può sparare a tortore, pernici, germani, starne, uccelli migratori, caprioli, lepri, conigli selvatici e chi più ne ha più ne metta: pare l’appello all’ingresso sull’arca di Noè. Gli unici che si potranno abbattere in una giornata precisa saranno gli unicorni, gli ippogrifi e i grifoni: è permesso nella festa dell’intelligenza umana, e non sono segnati nella lista ufficiale perché la data della ricorrenza è scontata, la conoscono tutti.

Mi rammarico, appunto, che non siano inclusi i bipedi. Perché la caccia è un’attività appassionante: stanare, inseguire e abbattere la preda galvanizza l’istinto atavico, alla stessa stregua di quando ti capita sotto tiro una creatura stimolante. Posi per un attimo la clava, lanci un urlo di sfida, l’agguanti per i capelli e compi il rituale che dall’epoca primitiva in avanti fa di noi un homo vero. Ecco, se si potesse dar la caccia ai nostri consimili sarebbe meglio: oggi poi, che siamo perfino in soprannumero come gli ungulati, ci sarebbe una motivazione pertinente.

Provo a immaginarmeli, mentre i cani li scovano dalle rive della Langa, dal sottobosco delle nostre montagne, tra i canneti degli acquitrini: corrono a gambe levate, sudano, con gli occhi sbarrati e noi, fermi con il fucile puntato, prendiamo la mira… click, pum pum… un sorriso d’orgoglio, una pacca sulla spalla dall’amico compiaciuto per te che ti dice: «bravo, bravo, era bello grosso». Certo, ci sarà il solito invidioso che sbotterà: «beh, facile colpirlo, era nero… si vedeva meglio», ma l’orgoglio per il trofeo da imbalsamare e mettere in bella vista sul caminetto compenserà la frecciatina. Il massimo è con la dentatura bianca smagliante. Dopotutto l’idioma di alcuni è gutturale, neppure troppo differente dal verso di un gallo cedrone, le cui penne raccolgono molta più polvere una volta impagliato.

Una bella fetta di chi sceglie la caccia per occupare il proprio tempo libero lo fa in ossequio alla letteratura classica: tengono sul comodino da letto le Metamorfosi di Ovidio, e si fanno tatuare “Atteone” sul braccio. Certuni danno il nome di Diana alla propria figlia, intestardendosi con il prete che non la vuole battezzare perché non è di una santa. Sono tra i pochi acculturati degni di questo appellativo. I più credenti, a ragion veduta, possono vantare l’assoluzione preventiva a massacrare gli animali selvatici perché nelle nostre chiese quelli benedetti, nella festa di sant’Antonio abate, sono rigorosamente domestici. Mai sentito di un papa, un vescovo, un parroco o un abate dire una parola contro l’uccisione di queste creature di Domineddio. D’altronde nessuno si sognerebbe di definire una coturnice, una starna o un muflone come “animale d’affezione”. Non mi risulta che si venda il becchime per il tordo bottaccio, l’alzavola o la folaga. Bestie selvatiche, ergo eliminabili. Questo il motivo per cui non mi capacito del perché ancora non si consenta di sparare a chi ha tutta l’aria di essere tale: che problema ci sarebbe a impallinare uno privo di una laurea, senza una goccia di sangue blu o sfornito di scarpe firmate?

A ben pensarci… da lontano l’abbronzatura con le lampade artificiali potrebbe generare qualche non trascurabile equivoco.

*http://notizie.provincia.cuneo.it/?p=26968

L’immagine è tratta dal sito: http://mediateca.tes.mi.it/mbd/Biologia/ominidi/homo.htm
 
PS. Non dovrebbe esservi motivo per specificarlo, ma a scanso di equivoci l’articolo è in chiave ironica, e oltre a biasimare «l’inutile strage» di animali, intende condannare qualunque atto razzista, in piena sintonia con la Legge 25 giugno 1993, n. 205.
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2 Commenti

  • Luca Bedino

    Le guerre d’un tempo, quelle per difendere i sacri confini, o per l’amor di Patria, le han lasciate ai bambini al parco giochi. Ora mi pare non differiscano più di tanto dalla caccia, se non per un trascurabile dettaglio: ancora non ci si mette d’accordo sulle ricette per cucinare a dovere la preda. Il solito dilemma della cacciagione.

  • Beh, dai, siamo in Italia. Qui, a parte la crisi, tutto arriva sempre dopo. Pare che ci siano già dei luoghi sul pianeta in cui la caccia delle “bestie selvatiche, ergo eliminabili” è stata estesa anche all’uomo. Addirittura sparano delle bombe con dei joystick, così possono mangiare i pop corn, anzichè infangarsi i piedi. Pare…

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