Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Nelle parole ci si specchia il pensiero


Accolgo l’invito di un antropologo che stimo molto, il quale su fb chiede di commentare il parere di Carlin Petrini uscito su La Stampa in merito al paese di Ormea dove gli abitanti, pur di non accogliere i profughi nell’albergo in centro con penuria di clienti, sono disposti a tassarsi e pagare i mancati introiti al proprietario.

Premetto che non son potuto andare all’incontro collettivo svoltosi proprio laggiù giorni addietro perché quella stessa sera ero a Imperia a visitare un centro di accoglienza per migranti*, ma ci son stati degli amici, che non hanno avuto diritto di replica dinnanzi alle chiusure preventive degli organizzatori. Questo già dà la misura del tenore di una parte della mentalità del posto, come se non bastassero le videointerviste condotte dalla Rai Regionale e mandate in onda sul TG3, assai eloquenti. Non è neppure necessario spendere una parola in più su come la pensino taluni oriundi, a meno di essere in malafede o degli ingenui patentati.

L’albergo in centro è diventato l’alibi perfetto.

Ora entro nel merito dell’intervista al fondatore di Slowfood. Lui giustifica gli abitanti, tutti affaccendati a tutelare il turismo, andato in crisi dalle loro parti. La priorità è squisitamente economica. Se in quell’albergo fossero arrivati degli “abbronzatissimi” petrolieri mediorientali o degli ancora più neri amministratori di giacimenti di diamanti in Africa – ne deduco – sarebbe andato benissimo. Soldi, soldi, soldi alla ridente Ormea. Né avrebbe disturbato nessuno il vederli tutto il santo giorno spaparanzati sui divani a oziare e chiacchierare, come ci si aspetta da qualsivoglia villeggiante, magari appesantito dalla succulenta cucina locale. Probabilmente Petrini sarebbe stato perfino riconoscente ad Ormea se l’albergo avesse ospitato un cospicuo numero di africani, orientali, indios e via dicendo legati a Terra Madre, perché nonostante gli abiti pittoreschi, inequivocabilmente non occidentali, e l’uso di lingue straniere, avrebbero attestato la sinergia con chi produce in modo tradizionale, ora et labora. Magari con ospitalità gratuita o a prezzo di favore, il che non guasta mai. Si sa… è per una nobile causa.

Guarda un po’… checché ne dicano coloro che sbandierano (Petrini stesso) una rinascita turistica del posto e il rischio di vederla naufragare… il proprietario della struttura – e chi più di lui sa bene la verità sui flussi turistici in loco e ne paga le spese sulle spalle – ha dato la disponibilità proprio per far cassa, altrimenti rischia la chiusura. Lo capisco, mica dev’esserci una madre Teresa a ogni angolo di strada, ci mancherebbe. Visto il sedicente spirito di collaborazione tra locali e la filantropia che li anima ci si sarebbe aspettata una cordata di solidarietà dei paesani proprio a sostegno dell’albergatore: l’arrivo dei profughi l’avrebbe sollevato finanziariamente, e il consumo di prodotti locali – come sta accadendo per la vicina Garessio – avrebbe consentito degli introiti pure ai commercianti della cittadina. Invece si autotassano per pagare le entrate mancate – che al pari di un’elemosina bella e buona dovrebbe costituire un’umiliazione eclatante per l’albergatore – pur di evitare i profughi. Petrini avalla appieno la rappresentazione dei profughi come “danno d’immagine”. In questo sta l’aberrante. Perché convalida e conferma l’idea squisitamente razzista che costoro non siano esseri come noi: rispettabili, puliti, garbati, di buona famiglia e lavoratori. Una esercente del paese ha dichiarato pubblicamente (ah, a Ormea non sono razzisti, garantisce Petrini) che non sarà più tranquilla se arrivassero loro in albergo. Diverso se la struttura avesse ospitato delle mamme con bambini. Carlin si è fatto portavoce di questa comunità, ne ha interpretato i sentimenti e li ha avvallati con l’autorevolezza del suo ruolo. Un plauso accorato! Come se gli bastasse la patente d’un tempo, di militanza nella Sinistra, per detenere il sigillo di “giusto” per antonomasia.

Non si può non concordare con il fatto che le Comunità vadano interpellate, ascoltate, coinvolte. Ma caro Petrini – domanda retorica – come mai quest’esigenza diventa pressante e impellente se riguarda i profughi e invece non viene mai, mai e poi mai, avanzata allorché lo Stato oppure gli amministratori regionali o locali prendono iniziative dall’alto ben più radicali e permanenti che non l’ospitalità temporanea di profughi? Eh? Quando si distrugge, si modifica radicalmente, si violenta un territorio, un contesto paesaggistico… o si chiudono servizi importanti… ah beh… in questi casi non è il caso di sostenere l’importanza d’interpellare a priori i cittadini. Eppure i cambiamenti urbanistici, sul territorio o dei servizi soppressi incidono eccome sulla vita di una comunità. Qui invece, sebbene i costi non gravino sulla cittadinanza, che anzi ne avrebbe tratto benefici sia a livello individuale per l’albergatore sia collettivi per gli altri commercianti, e di vantaggi in termini d’integrazione, di scambio culturale, di aiuto umanitario… diventa fondamentale interpellarli. Forse perché, d’improvviso, una bella fetta di questi cittadini è diventata esperta d’investimenti finanziari, d’indagini di mercato, di valutazioni di profitto. Oltre a sviluppare un insperato potere chiaroveggente: un paese intero ha sentenziato il sicuro, certo, inoppugnabile declino turistico con l’insediamento dei profughi nell’albergo in centro. Ci volevano loro per escogitare soluzioni vincenti: a quanto pare da mezzo secolo non se n’erano accorti che nel paese non ci metteva più piede praticamente nessuno.

Chissà perché… poi.

«Quelli che avevano patito essi stessi le sofferenze, e le avevano viste patire dagli altri, il più delle volte non facevano una scelta precipitosa. Invece le anime di coloro che nelle vite passate non avevano affrontato la prova del dolore fallivano inesorabilmente nella scelta della nuova vita»**.

 

PETRINI La Stampa

 

*https://www.ignoranteconstile.com/dollari-vs-euro/

**REALE, GIOVANNI, Valori dimenticati dell’Occidente, Bompiani, Milano 2004, p. 40.

 


 

 

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