Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Neve rosso sangue


Ci sono delle aspettative che non sempre si possono concretizzare subito. Anzi, spesso tocca aspettare e pure parecchio. A parte quelle di fondamentale importanza, come l’attesa dell’invecchiamento del vino nella botte prima di poterlo bere, ne restano altre comunque dignitose sebbene meno vitali. E’ il caso di un certo film. Già, proprio così: un cortometraggio che narra di un gruppo di giovani partigiani in una vallata del cuneese. Non sto a narrarne la storia per non rovinare l’effetto sorpresa, visto che moltissimi italiani pare siano del tutto ignari del perché ci si ritrovi in una Repubblica. Non mi va di prendermi questa responsabilità. Il fatto che il finale lo conoscessi già comunque non significa nulla; d’altra parte se valesse questo assunto nessuno leggerebbe più il Vangelo, essendo arcinoto come si conclude. Tacere è un gesto di rispetto verso chi avrà la fregola di scoprire il perché della lotta di Liberazione. Dopotutto per parecchi resta inspiegabile che vi sia stato qualcuno antagonista al fascismo,  con tutte le belle frasi partorite in quell’epoca radiosa riproposte oggi che strappano più like delle foto di gattini, allorché le si condivide sui social network.

Per me l’attesa aveva un sapore diverso: il retrogusto della curiosità su come fosse stato girato. L’argomento non era per nulla facile, e in effetti basta poco per emulare l’Istituto Luce, con la voce altisonante ed enfatica di sottofondo a descrivere le scene in bianco e nero: «… gli intrepidi partigiani, sprezzanti del pericolo, resi ebbri dalla nobile speranza di Libertà, si accingevano… senza timore… ad affrontare il piombo nazifascista… emuli degli eroi patrii… bla bla bla» e l’immancabile “Bella ciao” come colonna sonora. Oppure farne uno strappalacrime ricordo nostalgico sulla “meglio gioventù” presentata come repertorio archeologico in raffronto agli odierni “choosy” di forneriana citazione.

Nulla di questo. La pellicola è arrivata, l’ho vista al Torino Film Festival di recente, e non delude affatto, anzi. Ma non mi è possibile darne un giudizio oggettivo e tecnico perché non sono un critico cinematografico. A ciascuno il suo mestiere, altrimenti sarebbe come rubare il ruolo di cinico e di manipolatore delle paure collettive a Salvini. Son cose che non si fanno.

Ma la curiosità che avevo nasceva, a sua volta, dall’esigenza di appurare se il film fosse davvero in grado di raggiungere uno scopo ben preciso, oltre quello rievocativo di un evento realmente accaduto. Ovvero di presentarsi come alternativa ai consueti strumenti di conoscenza del passato: le tediose lezioni in classe; i mai abbastanza odiati libri di storia; le trasmissioni in fascia notturna che nessun giovane dotato di senno guarderebbe, neppure sotto tortura. Per me questo era fondamentale. E il regista Daniel Daquino c’è riuscito, eccome. Al punto che basta una manciata di minuti iniziali per immedesimarti nel racconto, per sentirti in mezzo alla neve, coinvolto perfino emotivamente in ciò che sta accadendo. Voglio dire: se a un ragazzo di oggi accadesse di provare il pathos di questa vicenda leggendo un manuale sarebbe da portare subito in analisi, per evidenti problemi schizofrenici. Perché i testi scolastici, per quanto ben fatti, non riescono a trasmettere quelle pulsioni che un filmato sa dare alle attuali generazioni, e di conseguenza a imprimere nella loro mente nozioni che pure sono fondamentali.

Spero quindi che il film sia proiettato nelle città, nelle scuole, nei circoli. È stato di certo una gran fatica girarlo e sarebbe un danno enorme se finisse nell’oblio. Il rischio c’è, trattandosi di un prodotto valido, ché spesso è condizione penalizzante nel nostro Bel Paese. Comunque il titolo promette bene: “Neve rosso sangue”, e alla peggio il successo sarà garantito dal fraintendimento.

Non mi stupirei neppure troppo.

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