Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Glielo insegno io come si fa*.


Sono stato a un’inaugurazione. Ieri. Ho saltato un incontro interessante a Torino sulla Sindone, a cui ero invitato, per essere invece lì perché ci tenevo a non mancare. Non fosse perché si era parlato di un rinfresco, a seguire. Vuoi perderti un rinfresco, di questi tempi? Quando mai ricapiterà? Contrariamente a ciò che ci si dovrebbe aspettare secondo il buon senso, non era l’apertura di un ristorante esotico con il menù che strizza l’occhio pure alla tradizioni culinarie di Saturno o di Plutone, come va per la maggiore nelle metropoli. Neppure un centro estetico con rimozione della tenia e la depilazione dei peli sulla lingua. Nella mia città si è più sfrontati. Due belle ragazze e un loro collega, anziché aprire… ecccchessssò? un appassionante circolo di ricamo bandera, un godevole ritrovo per collezionisti di farfalle o un’ascetica casa da troppo tempo chiusa, si fanno venire la fregola di inaugurare un punto di ascolto e di orientamento psicologico per i cittadini. Due ragazze che hanno sprecato gli anni migliori della propria vita a studiare da psicologhe anziché approfittare di quanto la Natura, con somma generosità, aveva loro concesso. Mi riesce difficile accettarlo ma ciascuno fa le sue scelte. Se si fossero vocate alla clausura sarebbe stato peggio. Mentre mi recavo sul posto pensavo che la ragione per la quale aprissero un centro di ascolto fosse il mero, puro, naturale desiderio di appagare la femminea curiosità: la gente arriva, si distende sul canapè e inizia a raccontare loro le proprie magagne. Le figliuole annotano il tutto, sazie di sì cospicua grazia di Dio, di cotanta manna per alimentare gustose conversazioni nei vernissage alla moda. Invece, con sommo disappunto, ho appurato che non c’erano divani o lettini. Manco l’ombra di un triclinio romano o di una chaise-longue in stile impero. Nulla. Fanno sul serio. Va da sé che la mia indignazione sia salita alle stelle, non appena ho ascoltato l’introduzione del loro progetto, che è pure gratuito. Aperto il sabato, che è giorno di festa comandato per gli ebrei. Le mie orecchie sono state costrette a sentire che saranno disponibili a recepire problematiche, ansie, tensioni, fobie, depressioni di chicchessia. In poche parole stanno scardinando, anche se non è palesato dalle loro intenzioni, la base fondante della plurimillenaria tradizione della Chiesa. Proprio qui, in una città come tante della nostra serafica Patria, dove chi ha un dilemma, un’angustia, un tarlo che gli rode dentro è abituato a sciorinarlo al prete, notoriamente deputato come consolatore degli afflitti e medico dell’anima. Al massimo, in alternativa, c’è il barista, ma solo dopo qualche bicchiere di troppo. Non basta: il coordinatore del progetto, uomo dal fascino ammaliante e dalla loquela disinvolta, ha detto al pubblico estatico che questo servizio sarà utile per affrontare le tensioni della società. Ci sarebbe di che stracciarsi le vesti! La società in cui vivo non ha tensioni. Il fatto che, ad esempio, nella mia città ci siano più associazioni che capifamiglia è dato dalla multiforme e variegata inclinazione dei singoli, mica dal fatto che non si dia il tempo a un’associazione di festeggiare il decennale che già si è divisa in una due tre novelle frange, ciascuna con il suo bel presidente a capo e fazione d’appoggio al seguito! Mica tensioni, ci mancherebbe. Plurimulticulturalismo, piuttosto. Tensioni individuali, forse? Ma quando mai! Nelle piazze virtuali esiste, a livello locale, una miscellanea sfavillante di gruppi che si richiamano alla comunità cittadina, tanto da essere costretti a porre un numero conseguenziale dopo ogni indicazione di nome di ciascun gruppo, per distinguere l’uno dall’altro. Ma non è per conflitti d’interazione tra membri. No, è per amore dei distinguo. Ad ogni buon conto il gruppo di psicologi si era preparato in tempo: giorni addietro aveva organizzato un indagine sul campo, sollecitando gli interventi degli intervistati con una domanda trabocchetto: «Cosa ti fa star bene?». Le persone l’avevano presa sul serio e avevano dato risposte sincere. Così, all’inaugurazione, una vistosa bacheca troneggiava in bella vista, con affissa in alto la sibillina questione, costellata da biglietti, appunti, promemoria con le risposte degli intervistati. Sottilmente, astutamente e – lasciatemelo scrivere – pretescamente, la giusta risposta alla domanda era esibita in primo piano, sopra allettanti e suadenti vassoi:

COSA MI FA STAR BENE

Bene – è il caso di dire – ci tenevo a palesare la mia e a non far passare inosservato questo avvenimento. Non per promuoverlo: ci mancherebbe che servisse la mia pubblicità… ma perché ho pensato che queste poche righe fossero il biglietto da visita migliore per presentarmi sabato prossimo alla prima seduta, saltando preamboli e premesse per arrivare subito al dunque!

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*da PIRANDELLO, LUIGI, Maschere nude, in Teatro, RCS libri Milano, 2007:

«…E lo sappiamo tutti qua che Lei è pazza. E ora deve saperlo tutto il paese. Non ci vuole niente – sa – signora mia, non s’allarmi! Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Glielo insegno io come si fa. Basta che Lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza…».

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