Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Non c’è rosa senza spine


È accaduto oggi. Ironia della sorte proprio nella giornata in cui Doc e Marty avrebbero dovuto ritrovarsi al termine del loro viaggio, ovvero in un futuro ben diverso da quello di decenni e decenni fa. Beh, qualora fossero finiti nella mia città sarebbe toccato loro ricredersi, e di parecchio.

È un pomeriggio tiepido: l’ora in cui le signore della buona borghesia vanno a prendersi il tè in pasticceria; i frati del locale convento recitano i vespri; le persone uscite dal lavoro fanno compere, approfittando del tempo libero. Una di queste ha deciso di andare dal fioraio.

Non un fioraio qualsiasi, no. Questo è un artista. Uno di quelli che può permettersi di far bene il suo lavoro perché è dotato di una “sensibilità aggiuntiva”. Ci sono individui che credono sia sufficiente alzare il mignolino mentre sorseggiano un caffè oppure salutare con squittii facendo ondeggiare mollemente la mano dinnanzi alla sciarpa di seta fluttuante per avere una sensibilità aggiuntiva. Invece non è così: ci nasci e, cosa che più conta, la sviluppi senza filtri, preconcetti o fisime mentali. Ecco allora che essa ti premia, quando decidi di metterla a frutto in un’attività lavorativa. Nel suo caso ne escono creazioni fuori dal comune, ma non per questo contro natura, anzi, la natura viene plasmata, ricostruita, elaborata in una composizione mozzafiato.

La signora di mezza età arriva davanti a Le Floriste e si accinge a entrare. Ancora non sa cosa l’aspetta. Perché varcare la soglia è come spostare i cappotti e le pellicce nell’armadio per addentrarsi nel regno di Narnia. Un luogo fuori dal tempo, surreale e coinvolgente: un’esperienza che prende i sensi, davvero unica, fiabesca. Soltanto un cinico riuscirebbe a restare indifferente, impassibile, apatico.

Il campanello suona e lei fa il suo ingresso. L’accoglie un ambiente in penombra, stipato di oggetti, drappi, fiori, piante, specchi. Non è un negozio elegante, lussuoso, snob. Mi piace definirlo uno spazio sacrale. Al fondo dell’angusto passaggio tra la vegetazione e gli arredi una vetrata rende luminoso il vano, come in quelle cattedrali gotiche in cui filtra un raggio di sole, delimitando il campo circostante.

Il fioraio le va incontro, sorridente, salutando:
«Buongiorno, ha bisogno?».

Lei esita un attimo, una frazione di secondi che riempie con un’espressione di sbigottimento. Getta uno sguardo diffidente e sospettoso intorno a sé, quasi cercasse qualcuno o qualcosa:

«C’è sua moglie?», chiede con un certo piglio.

Il fioraio apre gli occhi, alza le sopracciglia stupito. Non s’aspetta una simile richiesta. Tutto subito abbozza un sorriso, momentaneo. Ma non ha il tempo di rispondere che si sente dire:

«No… perché… non mi faccio fare una composizione di fiori da un uomo!!!».

Preso alla sprovvista, il nostro non sa come reagire. Allora, d’istinto, allunga lo sguardo verso l’esterno, come se aspettasse qualcuno entrare da fuori, ed esclama:

«Al massimo la può servire… mio marito».

Lei, senza più salutare, si volta e se ne esce, chiudendosi dietro la porta.

Bene. Talvolta ci si lambicca il cervello per spiegare quanto assurde siano le sedicenti e fantasiose teorie gender e, soprattutto, quanto nuoccia la mancanza di rispetto allorché releghiamo gli uomini a certe mansioni, le donne ad altre, dando per assodato che da quando mondo è mondo debba per forza funzionare così. Questi i risultati, senza troppi giri di parole, descrivendo un episodio concreto, quotidiano, reale: pregiudizi fuori dal tempo, il cui prezzo lo pagano persone straordinarie, la cui unica colpa è di vivere la vita come davvero andrebbe vissuta.

Ovvero, secondo la propria natura, non quella che altri vorrebbero imporci!


Un grazie a Daniele, per avermi dedicato un po’ del suo tempo per raccontarmi l’episodio, per essere un esempio raro di coerenza, e pure per essersi prestato come modello 😉
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