Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Non dir gatto se non ce l’hai nel sacco


Pensavo, dopo una settimana di abnegazioni quaresimali, di tirarmi un po’ su di morale facendo incetta di like sui social, grazie all’odierna “Festa del gatto”. Un’occasione propizia per alimentare l’ego, quasi come la discussione sofferta di un decreto sortisce stima incommensurabile per la politica.

Un micino tenero messo come immagine ed ecco che il contatore dei “mi piace” si sarebbe innalzato alla stregua di quanto accade con una pillolina blu sulla virilità consunta di un anziano. Seppur effimero… è pur sempre piacere.

Il fatto è che per quanto ammiri i soriani, d’istinto mi vien da pensare alle loro prede, oggi più che mai oscurate dal tripudio della solennità.

Perché è questo che accade: gran lodi al felino; al suo bel pelo; agli occhi pregni di mistero; al carattere così particolare da non piegarsi agli umori di chi gli sta intorno.

Il gatto domina, con la sua postura. Seduce, con le fusa. Magnetizza, con lo sguardo. Decide, senza obbedire ad altri che la propria indole.

E va a caccia. Ma non s’accontenta di predare: quando un topolino finisce tra le sue grinfie se lo gingilla, in un gioco sadico di cattura, di rimessa in libertà, di ripresa del malcapitato, fino al momento in cui ne sentenzia la fine.

Il topo è la vittima scontata, predestinata, utile a conferire al gatto il ruolo consono per ciò che la natura pare l’abbia predisposto: essere ammirato, regnare su un territorio, eliminare i roditori dall’orizzonte della sua vista. 

Dunque, nel festeggiare il venerabile micione, credo sia eticamente corretto ricordarci pure dei tanti topolini vittime dell’istinto felino. Lo dobbiamo loro. Per fraterna solidarietà.

Dopotutto è meno raro di quanto si pensi…

… fare la fine del topo!

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