Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Non è il lavoro che nobilita l’uomo ma il contrario


Uscito dal lavoro, stasera rientravo a casa sotto un cielo plumbeo dopo l’ennesima pioggia a scroscio. Un bel lunedì, che ti rende sereno soltanto perché – fortuna tua – sai di non vivere in zona sismica.

Umore in perfetta sintonia con il clima odierno: ho passato la giornata senza contatti umani.

Soltanto alcune telefonate in arrivo, ma la cornetta di un apparecchio è un’altra esperienza rispetto all’interlocutore dinnanzi a te in carne ed ossa.

Nove ore al lavoro – ché il primo giorno della settimana strizzo l’occhio a tendenze masochiste – senza scambiare una parola con altri figli d’Adamo. Rinchiuso sulla torre a preparare dei testi.

Gli amici con cui talvolta mi sfogo per questa condizione solitaria ribattono di invidiarmi. Sostengono che i rapporti diretti non per forza siano sempre “umani”.

Non hanno torto, vero. Ma resta il fatto che almeno percepisci la natura – sincera o affettata oppure menzognera – osservando gli atteggiamenti di chi sta parlando con te.

Comunque l’argomento su cui mi sto cimentando sul lavoro è interessante, l’ammetto: un’ex chiesa che a più riprese ha corso il rischio di sparire per sempre.

Nessun riferimento ironico a certa politica, sia chiaro!

Una storia travagliata con lieto fine

Non è che quando rincaso mi porto appresso le faccende lavorative, ma la vicenda potrebbe ispirare un romanzo. Tanto per dire: domani uno studioso verrà a far ricerche sul cholera morbus ma dubito che in serata ripenserò al tema.

Qui invece ci sono da una parte gli ecclesiastici, che smaniavano di edificare una nuova chiesa, e poco o nulla importava loro se l’antica fosse destinata all’abbattimento; dall’altra gli amministratori locali, ai quali sarebbe piaciuta assai l’idea di allungare una via cittadina altrimenti occlusa dall’edificio.

Finalità per pubblico bene, va detto. Nessuna speculazione edilizia in progetto, anche perché confinava con il carcere: è vietato costruirvi a ridosso un palazzo. Anzi, proprio il Ministero intendeva allargare la prigione, e quindi compartecipava alla spassionata gara per raderla al suolo.

Come se non bastasse, l’edificio ebbe pure dei crolli, tanto che in anni lontani crebbero degli alberi, ché ancora me li ricordo quando da giovine ne vedevo sbucare le chiome verdi, dietro il profilo della facciata.

Infine qualche decennio addietro fu rifatto il tetto.

Una storia travagliata con tragico fine

Ecco, è curioso che quando mi son messo alla tastiera stasera intendevo scrivere di tutta un’altra questione, però ci ha pensato un amico, Alberto P. a lasciarne testimonianza sul suo profilo social, e ne riporto qui il suo pensiero, spontaneo e lucido:

«Ogni tanto (ma ahimè troppo poco), sui giornali si leggono notizie di quei tristi episodi che accadono sui luoghi di lavoro, di quelle silenziose “morti bianche”, che lasciano dietro di sé una scia d’indignazione, dolore e spesso un’indifferenza che fa quasi rabbia.

Oggi, invece, le notizie schiacciate sotto il peso di un silenzio assordante e nell’indifferenza totale di chi dovrebbe alzare la voce, sono le “morti nere” – se mi si può passare il termine.

A nessuno interessa se un uomo di colore è stato preso a fucilate. Nessuno che si dichiari indignato, a partire dal nostro nuovo “governo del cambiamento”. Perché, in fondo, non importa a nessuno cosa accade alle persone. Anche quando i segnali di forte intolleranza raggiungono picchi preoccupanti e restano – ahimè – troppo spesso impuniti.

Di questo, oggi, ho molta paura.

Nel 2018 dover constatare quanto sia diverso il trattamento mediatico e l’indignazione generale se chi muore è bianco, o nero, mi fa paura.

Siamo esseri umani: bianchi, neri, rossi, gay, etero, musulmani, ebrei, tutti, ed è agghiacciante dover ricordare, ancora una volta, che non devono mai esserci distinzioni per chi vive, ma soprattutto per chi muore: perché rimane un essere umano e, l’omicidio, la più grave delle azioni, sempre.

È dunque questo il cambiamento verso cui ci stiamo muovendo?

 

«E tu, tu che pensavi

che fosse tutta acqua passata

che questa tragica misera storia

non si sarebbe più ripetuta …

Tu che credevi nel progresso

e nei sorrisi di Mandela,

tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata una primavera.

E invece no …

E invece no».

(Brunori Sas, L’uomo nero, 2017)».

 

Morale?

La vecchia chiesa, in barba a tutto e a tutti, è sopravvissuta grazie all’impegno di uomini di buona volontà, che l’hanno preservata dallo sfascio totale.

Ebbene, in questi giorni in cui si ha sentore che il Paese sia prossimo al declino, in preda all’intolleranza, allo sfruttamento o all’indifferenza, mi viene da sperare che la nostra società – sebbene malconcia – possa contare su uomini e donne pronti a salvaguardare quanto di valido e di buono esiste ancora.

L’importante è che, come quegli altri fecero seguire i fatti alle parole per evitare la rovina irreversibile, altrettanto accada per la nostra povera Italia.

Con le belle dichiarazioni, con gli slogan ad arte, con le sortite piccate… a quest’ora l’edificio medievale della mia città lo si ricorderebbe soltanto nelle fotografie ingiallite, stampato su rare cartoline d’epoca.

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