Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Non si conosce vergogna


Pare sia stata una grande conquista la vittoria dell’umanità contro il senso del pudore.

Negli ultimi decenni ci si è liberati della compostezza borghese che ci portava ad arrossire se esprimevamo con uno sguardo o con un gesto dei sentimenti intimi in un contesto pubblico. Abbiamo sdoganato flatulenze, eruttazioni, parolacce e volgarità: quest’ultime sono assurte a “patrimonio dell’umanità”, spendibili in comizi elettorali, scrivibili sui giornali, recitabili nei teatri. Non si conosce vergogna.

Palesare sui social il proprio stato d’ubriachezza, meglio se accompagnato da eloquenti immagini e corroborato da commenti d’apprezzamento sulla “molestia” esibita, è diventata talmente una routine che a scandalizzare adesso è mostrarsi sobri per una sera. Non si conosce vergogna.

La tendenza dei selfie ha lanciato la prassi di fotografie nelle proprie latrine, cancellando il tabù del bagno, luogo nel quale perfino gli ospiti più familiari evitavano di accedere se non costretti da forza maggiore. Per giunta la gara alle espressioni facciali le più idiote o ammiccanti o lascive è funzionale a tesaurizzare il maggior numero di like possibili: ovvio che richieda un allenamento continuo… non basta solo Instagram, meglio cimentarsi anche nella quotidianità. Non si conosce vergogna.

La costumatezza ha perso ogni connotato virtuoso, relegata ad antiquaria per soli dinosauri, nobili decaduti, eccentrici anacronistici.

Addirittura la propria condizione d’ignoranti – nella quale versiamo tutti in un modo o nell’altro – è finita nel dimenticatoio, soppiantata dalla rivendicazione orgogliosa e smaccata di competenze su tutto lo scibile, e non importa se siano approssimative o distorte o del tutto errate: la decenza nell’ammettere i limiti personali su campi estranei alle proprie professionalità o alle esperienze vissute è ormai materia di studio per gli archeologi del pensiero. Non si conosce vergogna.

Non solo non ci si scandalizza dei comportamenti o delle esternazioni immorali ma li si tollera, vuoi per assuefazione vuoi per quieto vivere. Peggio: sempre più spesso c’è chi li incoraggia. Una gara all’emulazione del turpiloquio e della volgarità, verso il traguardo dell’arretratezza morale e del trionfo degli istinti primordiali.

La sfacciataggine nell’esprimere pubblicamente posizioni ignominiose, sui social e sui gruppi virtuali come al bar o in piazza, a favore del razzismo sapendo di restare impuniti, anzi, confidando sulla solidarietà di altrettanti individui privi di ritegno… autorizza poi all’azione i più audaci.

Abbiamo superato il limite: non si conosce più vergogna dichiarandosi razzisti.

Questo articolo avrebbe i requisiti per essere scambiato per un bieco manifesto in ossequio ai parrucconi, ne son consapevole: ciascuno lo interpreti come meglio gli parrà. Personalmente, dopo l’efferato episodio di Fermo, non son riuscito a darmi altre ragioni per spiegare a me stesso come si possa giungere a tanta gratuita ferocia.

Liquidare come un pazzo, un esaltato, un disagiato l’assassino è riduttivo, dal mio modestissimo punto di vista.

È la società tutta che coadiuva a preparare il substrato per episodi simili. Non si tratta di sminuire le responsabilità di costui bensì di accollarvi pure le nostre in aggiunta: ogni volta che tacciamo dinnanzi a esternazioni spudorate non facciamo che acconsentire, seppur in modo indiretto, alla barbarie verbale prima, se non all’esecuzione materiale che potrebbe seguire, dopo.

Il nostro silenzio è complice.

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