Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Oggi si scoprono i concorsi truccati, domani l’acqua calda


I concorsi truccati sono un inedito, al pari della neve in inverno o di una battuta altezzosa di Renzi. Una rarità, al punto che ti vien d’istinto da esclamare: «Toh, chi l’avrebbe mai detto!».

Lo stesso stupore che provi rimirando il sorgere del sole, all’alba: «Ma allora è vero che domani è un altro giorno!». Parbleu.

Adesso che lo scandalo è partito in grande stile, il danno che ne conseguirà potrebbe essere altissimo.

Perché smontare la prassi dei concorsi truccati equivale a incrinare l’ossatura che regge tutto il sistema in Italia.

La triade corruzione, evasione e, appunto, raccomandazione.

Significa snaturare il termine “malcostume”, privando il discorso politico di un corposo e sempre efficace cavallo di battaglia, la cui lotta «contro» è sempre stata il fiore all’occhiello per chiunque intendesse passare per onesto, per garante dei diritti, per paladino della legalità.

Toccherà inventarsi alternative altrettanto pregnanti ma egualmente evasive, all’apparenza impalpabili, eteree, volatili.

Inoltre la fine dei concorsi pilotati rischia di far credere che «merito» sia un termine reale, concreto, anziché un concetto legato al mondo dell’illusorio o del soprannaturale.

Un’ulteriore difficoltà, per una società che ama riempirsene la bocca ma si guarda bene dal renderlo tangibile.

 

Ricordo una lezione in facoltà, in tempi ormai lontanissimi.

Il docente aveva la bontà d’animo di intrattenerci con disgressioni estranee alla filologia romanza, consapevole che il suo corso, l’ultimo della giornata, necessitasse di un alleggerimento, di tanto in tanto.

Pena un’incontrollabile e plateale esibizione di sbadigli.

Ebbene, una sera ci illuminò sul perché in università vi siano molti figli di professori.

Pendevamo dalle sue labbra, ansiosi che svelasse l’arcano.

Lui, in sintesi, ci spiegò che fosse una condizione più che comprensibile, quasi ovvia.

La prole dei barbassori, allevata fin da piccola in un contesto pregno di cultura e di conoscenza, tra scaffali di libri e di dispense; erudita da discorsi ben argomentati; elevata dalla frequentazioni in casa di dotti e di sapienti… a detta sua sviluppa una “marcia in più”, una sorta di predisposizione naturale all’ambiente accademico.

Mi pareva la riedizione della manzoniana vocazione di Marianna de Leyva, poi suor Virginia Maria, cresciuta tra bambole di santi e immagini devote.

All’epoca non ci restò che farcene una ragione. Nessuno avrebbe mai avuto l’ardire di contestare il professore, il cui discorso peraltro non escludeva l’accesso alla cattedra anche ai mortali.

All’occorrenza sarebbe bastato accodarsi al novero degli adulatori, per un’ipotetica carriera, se proprio non s’aveva testa di studiare come dio comanda.

Il saggio sull’arte di strisciare di D’Holbach resta un riferimento sempre utile e attuale.

Il vaso di Pandora è stato aperto

E l’accaduto ha sortito in me la stessa amara constatazione dello scoprire che i bambini non nascono sotto i cavoli né li portano le cicogne.

Il mondo plaude a un nuovo eroe. L’ha appena annunciato il telegiornale, or ora, mentre ceno. Rischio perfino di farmi andar per storto la forchettata di fagioli.

concorsi

Un eroe?

L’ennesimo mito – l’eroe – che mi cade dinnanzi, in frantumi: credevo che lo fosse chi, una volta passata la selezione perché raccomandato, fa pubblica ammenda, disvelando all’universo mondo il sistema corrotto dei concorsi, che altrimenti l’avrebbe reso complice stando al gioco.

Evidentemente persevero nel vivere altrove.

Laggiù dove gli eroi restano figure epiche, almeno fino alla prossima rivelazione.