Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Oh basta, l’è mort!


Passeggiare in una città consente di ammirare le tracce che l’arte, l’architettura, la storia hanno lasciato. Siccome non ho intenzione di rubare il mestiere alle guide turistiche, tralascio di narrare le bellezze che ornano la mia. Temerei oltretutto di dimenticarne qualcuna, e l’ultima cosa che vorrei è offendere il Passato o rimarcare la mia incompetenza. Però m’è venuta la smania di scrivere della patria che m’ha dato i natali. Lo farò di quando in quando, secondo l’umore e l’ispirazione, da cittadino come tanti.

Queste righe mi sono state suggerite leggendo in un blog le considerazioni di una persona orribile. Il titolo fa parte di una serie di articoli suggestivi, e l’argomento – a sua volta – stimola ancor più: i manifesti mortuari.

Nella mia città, come un po’ ovunque peraltro, esiste l’inveterata, lodevole, vitale abitudine di affiggerli su appositi spazi. In dialetto li si definisce tilêt da mört, italianizzati in “tiletti da morto”.

Chiunque qui, per quanto abbia esalato l’ultimo respiro, gli si sia fermato il cuore o abbia annichilito i propri neuroni, non sarà mai considerato defunto se il suo nome non compare ben stampato sul tiletto da morto. Inquadrato da cornici violacee, Cristi, Madonne, angiuoli, candele, tramonti, fiori. Un florilegio di buon gusto.

Non è un caso che domandando lumi sulla dipartita di un conoscente, ci si senta rispondere: «Non credo sia già morto… non ho visto il tiletto». Insomma, non c’è medico legale, becchino o notaio che possano competere con il manifesto reso pubblico: è la prova provata.

Il trapassato, anche a cadavere ormai rigido e freddo, gode inconsapevolmente di un ultimo momento di gloria: essa spazia dalla foto che ringiovanisce l’ormai “ei fu”, al numero di differenti manifesti. Più ve ne sono, maggiore sarà il prestigio: due – tre ne fanno un personaggio degno di nota, ma superando la triade si varca la soglia del trionfo. Quando a contarli non bastano le dita di una mano è assicurata la fama imperitura; talvolta vale come anticamera per un processo canonico. O come trampolino di lancio nell’agone politico, per i successori.

Ovviamente alla salma non può importare nulla, ma il tripudio di compartecipazioni allevia il dolore della scomparsa ai parenti prossimi. Non riotterranno il loro caro ma – almeno taluni – consoleranno il proprio ego, ché è sempre un potente lenitivo nel lutto. E un piacere della vita, in generale. In più si salderanno legami vassallatici di gratitudine tra i promotori affranti per la dipartita e il parente omaggiato da un cordoglio sì disinteressato.

Non è detto che il morto sia conosciuto per nome e cognome: all’occorrenza s’usa lo pseudonimo – stranôm, in dialetto –. Capita che suoni grottesco. Magari affibbiato senza che il diretto interessato neppure lo sapesse: ne girano tuttora in città di esilaranti. A volte un diminutivo posto accanto alla fotografia di un omone grande e grosso sortisce il medesimo quadretto di chi, imponente e slanciato di statura, porta a spasso un cagnolino minuto e gracile. È un fenomeno che dalle mie parti si traduce con ’l dom e l’edicöla, il duomo e l’edicola. Un contrasto marcato che genera ilarità.

L’apposizione di titoli onorifici, soprattutto quando si dà spazio al trionfalismo da provincia, ha un effetto commovente. Ti scende una lacrimuccia perfino dinnanzi a uno sconosciuto, e ti pare impossibile che tanti cavalierati non l’abbiano esonerato dalla fine riservata a noi comuni mortali.

L’elenco di chi annuncia il passaggio a miglior vita può essere fonte di successive, interessanti, dotte conversazioni, ché almeno vitalizzano le frasi fatte di rito: l’assenza del nome di un consorte, la presenza di altri non ufficialmente congiunti, la compartecipazione di taluni o tal’altre alimenta digressioni pregne di aneddoti, curiosità, notizie capaci di risuscitare il cadavere, o anche soltanto di farlo rivoltare nella bara. Ma nel contempo esprimono la quintessenza dell’anima collettiva di una cittadina dove tutti si conoscono.

I tiletti non passano inosservati: sono una tappa obbligata quando si portano i figli a scuola, si va a lavorare, si fanno compere. Rientrano nel rituale degli automatismi fisiologici, come nettarsi le mani o recitare le orazioni prima di pranzo. Più o meno, insomma.

Però vi sono delle dinamiche capaci di incrementarne l’attenzione. È sufficiente vedere due persone davanti alle affissioni funebri che subito si forma un crocchio di passanti: c’è chi attraversa apposta la strada; cambia il proprio percorso; invita il compagno di passeggiate a seguirlo… tutto ciò per raggiungere  la postazione. In questi frangenti è interessante notare le espressioni facciali, perché basta un volto stralunato per radunare una folla di curiosi. Le aspettative si concentrano sull’annuncio di defunti giovanissimi o di autorità di spicco. E restano sommamente frustrate allorché il morto – anonimo – aveva soltanto costretto il flaneur di turno a chiedere ragguagli a chi transitava nelle vicinanze. Un falso allarme.

Nella succinta galleria di foto qui di seguito si può appurare quanto la loro dislocazione sia mirata a ben precisi scopi:

1.vicino a una pratica gradinata, per consentire di osservarli anche dall’alto; incrociando lo sguardo sull’insegna dei tabacchi ci si rammenta altresì della sicura fine a cui son destinati i fumatori;

2. e 3. all’angolo di un incrocio, per permettere di prenotarsi quanto prima uno spazio tra i presenti, allorché una vettura svoltasse con particolare fretta nella via laterale;

4. di fronte alle strisce pedonali, per evitare a chi attraversa di accorgersi che sta per sbattere contro un muro: i tiletti fungono da elemento distraente, così ci si concentra su questi e, una volta letti, si va con naturalezza alla ricerca di un varco;

5. accanto a un’area verde: un alibi perfetto sia per la minzione del cane sia per pratiche di voyeurismo verso i limitrofi giardinetti pubblici;

6. dinnanzi al carcere, come monito spirituale: la vita terrena è una prigione per il corpo, e solo con la morte si sarà davvero liberi.

 

 

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