Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Oh… che palla!


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Tra le aspirazioni più o meno segrete che coltivo ci sarebbe quella di diventare un conoscitore di film, un cinefilo di provincia. È vero… non è un’ambizione rara, anzi, a giudicare dai tanti che commentano pellicole con profonda competenza sebbene nella vita facciano tutt’altro si direbbe che sia una forma epidemica più diffusa dell’influenza in inverno, ma se lo fa una moltitudine l’emulazione assurge a dovere sociale. Si può mica essere dei diversi, no? Eppure, nonostante le migliori intenzioni, non riesco a decollare. Non ho memoria dei registi, degli attori, delle trame, dei titoli. Li confondo uno con l’altro perché chi ha recitato in un film biblico poi me lo ritrovo in uno di fantasy e credo siano la stessa cosa.

È comunque innegabile il fascino che esercita sulle persone del bel mondo un individuo che parla con disinvoltura di questo o quel film. In più costa molta meno fatica del leggersi un libro, dato che due orette le investi davanti a uno schermo, mentre non puoi fare altrettanto seduto per ben altre impellenze fisiologiche, che è il momento deputato alla lettura per esseri del mio calibro.

Così mi dimostro particolarmente sensibile nel percepire gli inviti a vedere il film “giusto”, quello di grido, sul quale è certo che si spenderanno fiumi di parole d’encomio perché “fa tanto intellettuale” averlo visto. E di contro fa ancor più ignorante, grezzo, incolto  l’esserselo perso.

Gli dei hanno avuto la bontà d’animo di far arrivare perfino nella mia cittadina l’ultima, strepitosa e appetibile produzione cinematografica di grido (di dolore). I gestori del cinema locale, a loro volta, non hanno potuto ignorare le suppliche accorate, le minacce di scioperi della fame e le implorazioni della collettività affinché venisse proiettato nelle sale.

Le informazioni d’esordio, quelle che cogli tra un aperitivo equosolidale  e una degustazione di vino socialmente impegnato, parlavano di produzione dal basso. In effetti più dal basso di così non si poteva.

La locandina prometteva bene: “cosa faresti se sapessi quanti giorni ti separano dalla fine?” (la minuscola a inizio frase è letterale). Una domanda suggestiva, soprattutto a chi, come me, non viene spontaneo porsela. Infatti finché c’era la remota speranza, in un domani seppur lontano, di andare in pensione… si poteva ipotizzare un inizio (di vita, post lavorativa) e quindi una fine (di morte), ma adesso ormai si è in una dimensione d’eternità… diciamo… di perpetuo purgatorio.

In ultimo, al di là del quesito shakespeariano sul manifesto e della grafica fai-da-te che lo accompagna, avevo visto e sentito la crema della crema degli intellettuali di provincia decantare talmente il film che andavo a vederlo “blindato”. E morivo dalla smania di accodarmi al coro di consensi, pronto a rincarare la dose per acquistare il meritato credito dei radical chic locali, notoriamente assai esigenti e critici verso i neofiti della mia risma.

In un afflato di filantropia avevo pure cooptato un amico con me, per non godere da solo, ché è sempre una soluzione di ripiego piuttosto limitante il piacere fine a se stesso. Ho messo a repentaglio la nostra amicizia, in una sorta di “prova del nove”.

Credevo che il film fosse comico, essendo ambientato in Langa, terra di bontemponi e di goliardi. Se avessi saputo che si trattava del genere “fantascienza” mi sarei disposto differentemente: la vicenda narra di un paesino – in effetti nelle Langhe –  dove, alla notizia dell’imminente fine del mondo, la popolazione anziché spendere la quarantina di giorni che la separano dal trapasso in una vita godereccia ed edonista… chessò… in baccanali e festacce a gogò… prosegue a lavorare, a vivere quietamente, a commettere un fratricidio, infine a organizzare un ritrovo serale con un chitarrista che intonando pure con un’armonica a bocca una nenia straziante non faceva che anticipare l’apocalisse. Fantascienza pura! Il commerciante che rimette in ordine il negozio visitato da teppisti a pochi giorni dalla catarsi è stata – forse – la punta di diamante.

Il regista ha avuto il merito di proporre una riedizione di stereotipi di paese tale che da oggi dire “non ci sono più le stagioni di una volta” suonerà come la quintessenza dell’originalità. Quindi il primo tributo che l’autore del film ha fatto è in onore di monsieur de La Palice. Il secondo alla produzione delle telenovelas, almeno a giudicare dalla verve recitativa dei personaggi. S’inganna chi gli assegna un rimando a Guareschi, ai suoi Peppone e don Camillo, soltanto perché il prete di tanto in tanto parla con il crocefisso. Già, il prete. Lo si è voluto proporre nella veste del sacerdote tormentato, assillato dal ricordo di una sua fiamma, mai estintasi. Però è andato giù di mano: costui impreca, rutta, non considera i suoi parrocchiani al punto di fregarsene altamente di loro, abbandonandoli nella mani del vecchio parroco nel momento dell’addio. Nel momento di massima tensione escatologica in chiesa tira fuori un Cristo morto – tanto per infierire sui fedeli – anziché un Risorto che avrebbe dato una speranza, un conforto. Il ministro di Domineddio che fa? Alla fine parte, anzi fugge, in macchina con due coppie di ragazzi. E una cassa strapiena di birra, giusto perché il film è ambientato in Langa e sarebbe dozzinale vederli andar via con bottiglie di vino.  Dei quattro giovani, la coppia di conviventi è bizzarra: lei, per avere uno straccio di rapporto fisico deve rivendicare il diritto materno di un figlio. Una potenziale gravidanza di cui non si avvertirebbe il senso, visto la catastrofe imminente; in più – tanto per rincarare la dose della sfiga – sfortuna vuole che l’unica volta in cui si cimentano nell’ardua impresa di concupire vengono disturbati dalla visita del prete e degli altri due ragazzi. Manco quello vien loro concesso dal destino crudele!

La banalità della vicenda tocca vertici degni di nota: la giovane del paese che abortì in segreto avrebbe la rara fortuna di un rapporto fiduciario fantastico con il padre che l’adora – una rarità oggidì – ma lei confessa che non gli rivelerà mai il segreto per non perdere la sua stima. Alla faccia del rapporto sincero. Complimentoni. Da batter le mani… sulla sua schiena però (metaforicamente, s’intende).

L’unico momento di assoluta ironia è quando il sindaco del paese annuncia che approssimandosi la fine ha pensato bene di mandare a casa i dipendenti comunali perché si godano quel che resterà loro da vivere! Ahahahah… gli impiegati pubblici! Da barzelletta.

La monotonia dei dialoghi, le frasi fatte, i rari scorci da cartolina sono capolavori del cliché del piemontese tutto “terra e lavoro”, che avrebbero avuto una loro ragion d’essere se prodotti dall’Istituto Luce in bianco e nero, ottant’anni fa.

Stupisce piuttosto che l’Albese e la Langa abbiano contribuito finanziariamente anziché citare il produttore in tribunale per danni morali e d’immagine, ma devono possedere più senso dell’humor di quanto si creda. O forse si spera che slowfood inserisca la mentalità dei paesani tra i prodotti da salvaguardare perché in via d’estinzione.

Per concludere, un plauso alla coerenza nel titolo. Per lo meno se il film lo si va a vedere dopo cena: pare davvero di aver trascorso tutta l’intera notte a guardarlo, fino alle prime luci dell’alba.

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