Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Oltre a quel che sembra


Nel mio giardino in questi giorni è fiorita una clematide. In sé non si tratta di un fenomeno degno di rilevanza: pare sia prassi in primavera. Nulla a che vedere con talune rose che sbocciano in pieno inverno presso certi santuari mariani, attestando un evento soprannaturale degno di solerte venerazione.

C’è però in questa fioritura un ché di singolare: la rampicante infatti usa come tutore il tronco di una magnolia stellata. Insomma, a primo acchito si direbbe che l’albero produca appariscenti fiori violacei presentandosi per ciò che invece non è.

La circostanza mi ha fatto venire in mente un’analogia con quanto accaduto proprio in questi giorni in una frazione nei pressi del capoluogo della mia provincia.

la gran parte degli abitanti si professa cattolica, e come la mia magnolia presenta un’abbondante fioritura… così loro sfoggiano un’identità cristiana: vanno a messa; frequentano la chiesa; devolvono offerte per recuperare un edificio parrocchiale; ascoltano le omelie; s’accostano ai sacramenti. Dunque li si immagina ben disposti a vedere nel prossimo, chiunque esso sia, un proprio fratello da aiutare perché in lui c’è il Figlio di Dio.

Quando costoro vengono a sapere che dei richiedenti asilo – in numero doppio rispetto agli apostoli – verranno ospitati nei locali della parrocchia, più che dal monito paolino «Charitas Christi urget nos» vengono spinti dalla fregola di ostacolare in qualunque modo l’arrivo dei discendenti di Canaan, giusto per rimarcare bibliche distanze con la stirpe maledetta.

Qualcuno, folgorato dall’estro scrittorio, ha vergato leggiadri pensieri a indirizzo del parroco: distillati di poesia e di raffinata sensibilità, ai cui autori va il merito aggiuntivo della modestia. Gli scritti infatti sono anonimi. I cultori del Parnaso hanno preferito non firmarsi.

Lodevole scelta, in una società dove tutti scalpitano per apparire. Purtroppo però con la loro umiltà hanno privato il mondo tutto dell’opportunità di celebrare nei secoli a venire chi ha vergato tanta feconda ispirazione letteraria.

Altri invece si son ritrovati nell’ampio salone della scuola media per incontrare il vescovo.

Il presule pensava di svolgere il compito per il quale è demandato, ovvero fare il buon pastore, ma suo malgrado le pecorelle di evangelica memoria devono avergli ricordato le Scritture, le quali mettono in guardia sugli agnelli che intrinsecus autem sunt lupi rapaces.

Un frangente che, in un colpo solo, gli avrà fatto intendere quanto fantasiosa fosse l’immaginazione del Manzoni allorché raccontava delle visite del Borromeo con plausi di popolo e folla devota, rispetto alla realtà nell’era grillina, dove la protesta collettiva è stata sdoganata a suon di epiteti verso le autorità, qualunque esse siano.

I fedeli han rivendicato il diritto di tutelare il territorio dall’orda straniera, finanche quello parrocchiale.

Non par vero pensare che un tempo il braccio secolare avrebbe posto rimedio a tanta insubordinazione con un solo cenno di capo di monsignore, e che per finir scomunicati bastava non mangiar di magro in quaresima… altro che rivolgersi in malo modo a Sua Eccellenza, per giunta su questioni inerenti la carità cristiana.

«I cattolici di questo paese si sono a tal punto abituati alla loro religione che non si preoccupano più di capire se è vera o falsa, se ci credono o no».

Questo è quanto scriveva quasi cent’anni fa Julien Green nel suo Pamphlet contre les catholiques de France. Difficile dargli torto.

Però è troppo facile giudicare i loro atteggiamenti, per quanto deprecabili e incoerenti con la fede che professano.

Ben ha osservato un testimone oculare della serata, candidato a sindaco nelle prossime amministrative del capoluogo: Nello Fierro, che di quell’incontro ha scritto:

«… Più di 200 persone per parlare di 24 poveri cristi. Una serata vivace, spesso sguaiata, dove chi provava a ragionare veniva sommerso di insulti. Non c’è stato dialogo; urla e applausi come in una corrida, con le vittime lì, al centro, a provare a spiegare a chi in quel momento non voleva spiegazioni. Eppure mi sforzo, dobbiamo sforzarci, di capire: rabbia accumulata in anni, non nelle banlieu ma nelle nostre frazioni, dove credevamo che le Acli e le parrocchie fossero un presidio di solidarietà e cittadinanza, e che diventano invece il terreno di scontro per alcuni che riescono a fomentare tanti. Non dobbiamo avercela con i residenti di Roata Canale, ma con chi strumentalizza anni di abbandono, richieste inascoltate, il famoso silenzio della politica che lascia le risposte a chi grida di più…».

Mi sforzo di capire Condividi il Tweet

È ben più che additare, giudicare, sentenziare.

È mettersi in gioco; cercare d’immedesimarsi; trovare un punto d’incontro; ipotizzare alternative.

Il che non equivale a dar ragione, bensì a comprendere le differenti ragioni.

È quanto manca un po’ a tutti.

Ci viene più facile e comodo – a me per primo troppo spesso – decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, e poi puntare il dito contro coloro che, dal nostro punto di vista, sono in madornale errore.

Invece tentare di far luce aiuta a sviscerare il problema più a fondo; aiuta a sintonizzarsi con la parte avversa; aiuta a focalizzare meglio le proprie posizioni.

Il dramma è l’assenza di dialogo, mentre per assurdo abbondano i proclami; le soluzioni preconfezionate; gli slogan dozzinali. Calati dall’alto o affidati a un tweet.

Intanto tra noi regna la diffidenza, la sfiducia, la paura.

Eppure mi convinco in ogni occasione nella quale mi capita di confrontarmi con amici o con perfetti sconosciuti… che il parlare l’un con l’altro sia l’antidoto migliore alla superficialità, ai timori e ai preconcetti.

Non è retorica: basta provare per sperimentarne i benefici.