Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Orgoglio e pregiudizi


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L’aria che si respira fin da piccoli dalle mie parti è un misto di ossigeno e di incenso, ragion per cui gli eccessi raramente entrano a far parte della crescita di un provinciale. Per questo motivo l’idea di partecipare dal vivo a un Gay Pride – di cui conoscevo soltanto le immagini trasmesse da solerti telegiornali o da siti partigiani su internet – fino ad oggi non mi coinvolgeva troppo. Talvolta però può accadere il miracolo, e così viene il momento in cui decidi di essere spettatore diretto, se non compartecipe. Chissà: magari constati di avere ragione, e lo appuri reprimendo i conati per le scene raccapriccianti che offendono il comune senso del pudore, o – perché no? – può capitare di rimangiarti tutto confermando, per l’ennesima volta, che è soltanto calandosi nella realtà che si scopre quanto distante sia il punto di vista personale da quello mediato dai mezzi di comunicazione.
E’ stato un momento di festa, ovviamente non paragonabile alle imperdibili, composte, virili parate militari che inorgogliscono il senso patrio, rese omogenee dallo stesso colore delle divise, dal passo marziale, dalle marce ritmate. Neppure si prova l’emozione interiore delle processioni religiose, rese soavi dalle melodie sacre, dalle cantilene delle giaculatorie, dal trasporto mistico che trapela dai fedeli. Qui era tutto piuttosto caotico, come prevedibile, con elementi assai caratterizzanti, giusto per non rischiare di confondere qualche spettatore distratto, capitato lì per caso.

Però non solo sono sopravvissuto, ma ho perfino conosciuto persone nuove. Lo sò, entra in conflitto con l’educazione della terra natia che riceviamo una volta dismesse fasce e pannolini: “non parlare con gli sconosciuti”, l’undicesimo comandamento, una sorta di postilla al decalogo incisa sulla pietra del Monviso anziché sul Sinai.

Una volta rincasato, in tarda serata apro i social e mi stupisco delle indignazioni per la trasformazione miracolosa di parecchi profili, sui quali è comparso un arcobaleno a mo’ di filigrana sopra l’immagine personale. Ci definiscono “pecore” che si adeguano al gregge belante.

Francamente non comprendo il fastidio: è un modo per rimarcare la solidarietà o il sostegno a una causa. Nessuno ci ha obbligati e neppure feriamo le altrui sensibilità. Peraltro in certi casi l’arcobaleno donava perfino una nota di colore a incarniti troppo pallidi: un valore aggiunto. Come lo dovrebbe essere il festeggiare una conquista tanto ricercata: la piena e collettiva accettazione di chi è ritenuto diverso da noi. Un modo pure per rimarcare il coraggio di coloro così liberi di amare da seguire le proprie inclinazioni. Merce rara.

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1 Commento

  • L’indignazione, almeno per me, non risiede nel festeggiare un’epica conquista per i diritti umani e civili. Finalmente un atto di vera democrazia, il crollo di anni di discriminazione e pregiudizi forse.
    Ma nell’atteggiamento banderuola di chi sposa la causa più comune, solo perché va di moda sul web, solo perché tutti sono arcobaleno come prima tutti erano Charlie. Preoccupa che non ci sia voglia di ragionare da soli, di scrivere qualcosa di sensato invece di usare un app per integrarsi al contesto.
    Detto questo.
    Viva la libertà di amare chi, come è quando si vuole. Sempre.

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