Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Passata la festa, gabbato lo santo.


 

La polvere non s’è ancora adagiata sulle vetrine delle confetterie che già tocca rimuovere i mazzetti di caramelle gialle per la festa della donna. Sembra d’aver fatto gli auguri un attimo fa a suocere, mogli, compagne, fidanzate, figlie, amiche, zitelle, colleghe, suore, perpetue, amanti… con un piglio comprensibilmente più serioso di quando li si porge il 6 di gennaio, invece sono trascorse ben ventiquattrore dall’evento.

Il dramma inizia adesso però.

Allorché l’occhio scivola, prima distratto poi fisso, sui fiori di mimosa nel vaso posto sulla mensola del camino. Sono la constatazione più eclatante della precarietà della vita e pure della festività comandata: l’una e l’altra legate all’effimero.

I fiori iniziano ad avvizzire dopo pochissimo. La pianta, di suo, non fa nulla per apparire allettante: emana un odore che è fondamentale e sacrosanto definire “profumo”, in ragione della simbologia che rappresenta, ma a stento riesci a dissociarlo dal lezzo che appesta i locali poco o niente areati dove, magari, giace pure un gatto morto, sotto il divano.

Insomma, effluvio politicamente corretto e non dissimile da certa amorevole ipocrisia, per cui si esclama “che bella!” alla propria metà uscita dalla parrucchiera, quando invece pensi in cuor tuo che sarebbe appropriato citare in giudizio la pettinatrice, per danni alla persona.

I “bottoni” della mimosa avvizziscono rapidamente, come gli entusiasmi per le battute facili di certi politici. A differenza della rosa, i cui petali appassiscono e cadono mollemente sul piano del tavolo, commuovendoci per il decadente ricordo dannunziano, quei fiori scadono dal giallo vivo all’ocra della pergamena consunta, rimandando alla memoria l’immagine del degrado, del logorio, della catarsi: hanno un che di lugubre.

Neppure è dato essiccarli in un libro, come si fa romanticamente per le viole del pensiero quando si è colti da un afflato vittoriano.

Il problema reale ruota sul come e quando eliminarli dalla vista.

In virtù di ciò che incarnano, è irrealistico allungare la mano sul mazzo, estrarlo dal vaso e riporlo in pattumiera, nell’umido, come si farebbe per le lische di pesce il venerdì di Quaresima, accompagnando l’operazione con una smorfia di disgusto e una stizza di disapprovazione per i residui di polline che toccherà ripulire. Sarebbe un’onta alla donna: in pochi minuti si volatilizza lo sforzo del ricordo preventivo di doverli acquistare; della spesa in se stessa; del momento solenne della consegna e del cerimoniale architettato perché non suoni retorico ma neppure melenso, dato che non è san Valentino o l’anniversario, e men che meno un gesto riparatore per improvvide scappatelle notturne.

D’altro canto lasciare le mimose a incancrenirsi in bella vista è uno spettacolo inguardabile: l’allusione all’oblio strazierebbe il più arido dei cuori. Per non dire del disgusto estetico: fuori di casa la primavera prorompe mentre nel salotto il mazzo pare quello su una tomba… qualche settimana prima di Ognissanti.

Il valore metaforico del giallo smagliante è offeso dalla cupezza triste dei fiorellini, ridottisi alla stregua dei pallini di lana che si formano sui maglioni infeltriti.

Ci si duole – giustamente – che la donna sia onorata e valorizzata in una sola giornata all’anno, ma le mimose avvizzite non fanno che rimarcarlo.

Un simbolo, esse medesime, di questa iniqua precarietà.

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