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Passione: croce o delizia, dipende da come la s’intende


La passione è un termine assai ambivalente. In genere ogni passione che riusciamo a vivere è fonte di soddisfazioni.

Non sempre accade di scoprirla: molto ci fa l’educazione ricevuta; gli stimoli e gli incoraggiamenti di chi ci sta vicino; la più o meno accentuata curiosità di provare. Talvolta la si rinviene per casualità, senza averla prevista.

Spesso è la passione a dare un senso alla vita, soprattutto quando compensa le frustrazioni professionali, la solitudine, un pessimo carattere, una compagna – o un compagno – troppo asfissianti.

Può succedere perfino di riuscire a coniugare il lavoro con la passione: diventano un tutt’uno, al punto che il primo non pesa più, e induce a proseguirlo ben oltre i limiti della pensione.

Alludo ad artigiani, artisti, imprenditori che ne han fatto una fonte di sostentamento, se non addirittura una possibilità di meritato successo.

Ritengo che sia anche una spiegazione a riguardo di chi coltiva la passione per la politica e non riesce più a farne a meno! Diversamente non si comprenderebbe la tenacia di molti a restare in campo, capaci di sconfiggere rottamazioni annunciate o di rimangiarsi promesse di ritiro a vita privata, contro perfino il buon senso o l’umana dignità.

Poi c’è la passione amorosa. Quella condizione inebriante che galvanizza chi ne è preso e lo rende capace d’imprese altrimenti impensabili. Timidi che diventano estroversi; apatici che si ridestano dal torpore esistenziale; austeri che si emozionano: quando la passione per un’altra persona ti coinvolge non c’è limite in grado di frenarti.

Si contano più miracoli grazie a questa di quelli avvenuti a Lourdes.

La passione di evangelica memoria

Ma la passione che adesso mi viene in mente nasce dalla visita a una mostra appena inaugurata nella mia città. Passione qui sta per “Passio”, che non per nulla è il titolo della rassegna delle opere esposte, riconducibili alla Via Crucis e al calvario di Cristo.La passione di Cristo: mostra Passio di Franco Blandino passione di Cristo: la mostra Passio di Franco Blandino

Non sono un critico d’arte, quindi m’astengo nel dire fesserie come troppo spesso accade a chi sentenzia senza le opportune competenze.

A me comunque è piaciuta, molto.

Ma è un giudizio soggettivo.

Mi ha dato da pensare.

Devo dire di non aver mai nutrito una particolare predilezione per le Vie Crucis, nemmeno quando frequentavo le chiese. Meno monotone dei rosari – sicuro – ma altrettanto scandite da tappe immutabili.

E ho una certa insofferenza per i rituali sempre uguali: trovo che difettino di spontaneità.

Ammetto che si trattava di un problema tutto mio: con molta probabilità le persone religiose, intrise di devozione, rivivono in queste occasioni la passione di Cristo, s’immedesimano, soffrono con Lui, e ne escono coinvolte e mutate nell’animo.

Io invece m’annoiavo a morte.

Il classico “uomo di poca fede”.

Quando assistevo alle messe il mio sguardo planava intorno, appena terminate le appassionanti omelie, alla ricerca di qualche elemento capace di distrarmi dalla funzione ogni volta identica alla precedente. Capitava dunque che l’occhio cadesse anche sulle rappresentazioni della passione: le classiche, intramontabili, onnipresenti quattordici stazioni della Via Crucis.

Di solito stanno appese sulle colonne a ridosso della navata centrale.

Nelle chiese di campagna o in quelle vetuste erano quadri illustrati. Le tele raffiguravano in maniera piuttosto precisa le scene che dalla condanna a morte finivano con la deposizione nel sepolcro.

Dato che non ho mai amato sistemarmi nelle prime file, in genere mi ritrovavo a osservare quasi sempre le medesime, sebbene cambiassi chiesa a seconda se mi toccava partecipare a un funerale, un matrimonio o un battesimo.

Negli edifici moderni invece le stazioni mutavano tipologia: a volte erano formelle in bronzo, e faticavi a decifrarne la scena. Avevano però il vantaggio di stimolare la concentrazione e la fantasia: un ottimo rimedio per far passare il tempo.

Ma capitava pure di rinvenirne di molto essenziali: una croce e qualche simbolo in allusione alla passione, piuttosto criptico. Roba per addetti ai lavori, insomma: se non conoscevi l’iter ne perdevi il senso.

Queste in genere passavano per opere d’arte, quindi è probabile che la mancanza di un messaggio chiaro venisse compensata dal valore stilistico – e forse pure pecuniario – del manufatto.

Invece i lavori in mostra relativi alle stazioni sono su legno grezzo. Apposta per ricordare quello della Croce.

Non ho idea se l’artista, sapendo che in contemporanea c’è una mostra di copie delle opere del Caravaggio, abbia scelto di raffigurarle come riferimento all’originale del Golgota.

E d’altronde non sarebbe agevole dipingerle su quello autentico.

Però nello stesso museo un frammento della Santa Croce esiste, custodito in un prezioso reliquiario settecentesco in argento. Il visitatore ha dunque l’opportunità di un raffronto dal vivo, e può arguire da solo che per quanta perizia abbia un artista… questo sia poco più di una scheggia, e dunque sarebbe troppo arduo dipingerci sopra.

Immagino inoltre che sia da ritenersi sacrilego contaminare una tanto preziosa e bimillenaria testimonianza dal Calvario: anathema sit.

La mostra mi ha fatto riflettere sul fatto che – credenti o meno – la passione di Cristo ha un’attualità pregnante nella vita di tutti.

Poi, ovvio, a ciascuno sarà dato di viverla secondo una storia del tutto personale, intima e peculiare, e potrà confidare in una risurrezione a venire oppure in una rinascita dopo le sofferenze sperimentate, ma resta una metafora calzante delle umane esperienze.

Chi non ha vissuto l’angoscia dell’orto degli ulivi, allorché anche gli amici più cari ti abbandonano nella solitudine? O che dire delle promesse disattese, dell’ingratitudine altrui, del precario attaccamento di coloro che senza attendere che il gallo canti tre volte già t’hanno voltato le spalle?

Basta scorrere il racconto della passione per trovare analogie con la vita, quando si passano momenti bui, di concreto dolore, fisico o morale.

Trovi coloro che si spartiscono quanto hai di prezioso, ma pure quelli che ti asciugano le ferite e le lacrime con il sudario; chi ti aiuta a sorreggere il peso del legno; chi piange con te e soffre ai tuoi piedi; chi ti trafigge e chi, invece, pur da perfetto sconosciuto, dimostra solidarietà perché anche lui è nella medesima situazione.

Già, quei due ladroni… perfetta raffigurazione anche della nostra contemporaneità: si è appesi in croce e ci si può scagliare contro tutto e tutti, oppure dimostrarsi empatici con coloro che stanno condividendo l’eguale infelice situazione.

Magari nella nostra – di passione – non c’è la motivazione salvifica attribuita al Figlio di Dio, ma il travaglio può non discostarsi di troppo. Dopotutto ancor oggi, non a caso, ci viene da dire di chi sta messo male:

«povero Cristo».

E mai attribuzione è così pertinente.

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