Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Penitenza vs colpa


Di recente m’è capitato d’entrare in una chiesa. E questo senza che vi fosse un funerale, per fortuna. L’ambiente era semibuio, confortante nel suo silenzio spoglio di presenze umane.

Mentre passeggiavo tra le navate mi son fermato dinnanzi a un confessionale.

Uno di quelli antichi, in noce scuro, imponente e massiccio, con la cimasa modulata, le pareti laterali arricchite da cornici e lesene, il corpo centrale curvilineo e sporgente.

Era vuoto. A quell’ora non c’era servizio liturgico.

Può anche essere che non sia più utilizzato, adesso che i penitenti entrano in quelle specie di serre tutte vetri, sfavillio di luci, sedie comode, nelle quali manca soltanto l’apericena per renderle il top.

Mi sono avvicinato e nell’osservarlo da vicino lo sguardo si è fissato sulla grata.

Bianca, di metallo smaltato, con i fori predisposti in file simmetriche e parallele. Tratteggiavano una croce.

Ho immaginato le dinamiche che per mezzo millennio hanno segnato il rituale: lo scricchiolio del legno quando il fedele s’inginocchiava; il rumore sordo del prete mentre nel vano centrale si girava verso di lui; una luce fioca, appena appena percettibile, a segnalare l’apertura dell’anta da parte dell’officiante, confermando la sua disposizione a ricevere la confessione.

Solo un occhio attento riusciva a coglierne la sagoma, privata comunque dei dettagli del viso e della fisionomia.

La Controriforma, d’altronde, aveva pensato a tutto: distacco fisico e impossibilità di contatti – lo spirito è forte ma la carne è debole –; alone di mistero che conferiva sacralità; riservatezza, assicurata da una struttura capace di ammortizzare qualunque suono; deferente rispetto, sottolineato dalla postura in ginocchio, che serviva altresì a rammentare l’immancabile gerarchia… perlomeno il peccatore non dimenticava la sua condizione d’inferiorità.

Era lì per implorare il perdono, non certo per trattare alla pari con il Padreterno.

La guardavo, pure con insistenza, quella grata lucida e candida, e mi chiedevo – con la mia consueta ingenuità – cosa non ne sarebbe uscito fuori se avesse potuto parlare.

Un’inclinazione all’antropomorfismo che non mi abbandonerà mai.

Immaginavo l’alito oltrepassare i fori; le voci sussurrate, timide, imbarazzate, magari stentate e frammentarie, rotte dal senso di colpa per le nefandezze compiute, intente a biascicare vizi e colpe, tragedie e atti efferati.

Peccati venali, gravi, mortali: l’interminabile casistica della teologia morale, enciclopedica descrizione del pruriginoso elevato a dissertazione dello spirito. Salvezza per l’anima e scorno per l’Anticristo.

Dall’altra parte… il tribunale della coscienza.

Per secoli e secoli ha ascoltato, indagato, scandagliato “i perché e i per come”; si è sincerato del pentimento. Ha redarguito e ammonito; suggerito e indirizzato. Infine ha emanato la penitenza, e l’ego te absolvo… a seguire.

Generazioni e generazioni di donne e di uomini hanno improntato scelte e comportamenti sociali uscendo da un confessionale. E per lunghissimo tempo la Chiesa è entrata nell’intimo delle persone tanto in profondità da conoscerne le miserie, le debolezze, le scelte ben più di quanto non ne avrebbero mai appreso i rispettivi mariti o le proprie consorti in un’esistenza intera.

Un controllo delle pulsioni, della vita privata, della mente che non ha avuto pari nel corso della civiltà occidentale.

La crisi del sacramento della riconciliazione ha incrinato fortemente questo rapporto impari, di dipendenza e di sottomissione tra uomini che si sentivano in difetto e uomini che si reputavano intermediari di Dio per assolverli.

Oggi la scelta di Fabo, e come la sua quella di chi l’ha preceduto nel porre fine volontariamente alla propria esistenza, è un passo in avanti nella conquista dell’emancipazione e dell’autodeterminazione.

La medesima che dal disertare i confessionali, poco a poco, è passata alla lotta per restituire la dignità di esseri pensanti e liberi a una società che un giorno potrà definirsi autenticamente civile.

Spero di poter vivere abbastanza per vederne sorgere l’alba qui, anziché dalle innevate cime al di là delle Alpi.

Possiamo ambire a qualcosa di più che emulare la Svizzera nel fare il cioccolato.

 

 

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