Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Penna o pena. La differenza è nello scrivere


Ieri un caro amico ha ricevuto la tessera da giornalista pubblicista. Più che meritata: per anni ha fatto il galoppino; ha sacrificato fine settimana interi per preparare e poi scrivere gli articoli, mentre i coetanei si divertivano e si svagavano in giro; ha ricevuto più pacche sulle spalle – nei migliori dei casi – che rimborsi proporzionati all’impegno; ha buttato giù bocconi amari. Insomma, si è fatto la sua bella gavetta passo dopo passo. Ha un sapore molto slow food la soddisfazione di raggiungere un obbiettivo con le proprie mani, rispetto ad ottenerlo con la consueta raccomandazione o l’intramontabile pratica adulatoria, ovvero per merito come lo si definisce adesso, ma d’altronde il mio giovane amico è notoriamente un alternativo.

Mi è capitato di affiancarlo per diversi mesi, scrivendo su uno dei giornali per il quale lavorava. Anzi, devo a lui – al suo invito a farmi coinvolgere – se ho sperimentato cosa significhi stilare pezzi rispettando i tempi di consegna; fare riunioni di redazione; recepire le linee editoriali. Salvo poi, nel mio caso, cambiar aria: potevo permettermelo, un lavoro l’avevo. Come pure uno spazio per scrivere, per quanto impostazioni e contenuti nulla abbiano a che vedere con quelli di un organo d’informazione.

Poco fa ho letto su Bufale un tanto al chilo – sito che mi permetto di consigliare con accorato trasporto – del raffronto tra due giornali sul medesimo argomento.

Un esempio, uno dei tanti che quotidianamente potremmo vagliare se soltanto non fosse così démodé leggerli. Per non dire del confrontarli: pratica che lambisce i confini del “contro natura”. Oggi per guadagnarsi il diritto d’asilo sull’Olimpo è sufficiente saper distinguere una notizia vera da una bufala.

Il blogger che riporta l’articolo fa la distinzione tra l’opinione di un giornalista, accettabile là dove si scrive di politica – perfino “dovuta” su una testata di parte –  rispetto all’oggettività di chi dovrebbe far cronaca e informare i lettori sopra un avvenimento, un’iniziativa, una vicenda.

Invece accade così di frequente d’assistere alla manipolazione dell’informazione che poco ci manca di scoprire che piove perché il governo è ladro: qualche aggettivo in sovrappiù; un’allusione velata o sfumata; un commento non necessario… bastano a instillare un’opinione aggiuntiva, non richiesta e faziosa. Essa s’insinua nella testolina al pari del “gìanin” – il verme – nella mela.

Un po’ come il connotare uno sguardo… conferire un differente tono alla voce… stringere una mano con un certa pressione… faccia intendere un interesse alternativo a ciò che altrimenti sarebbe una normale presentazione tra persone.

Un tempo il senso critico era più sviluppato – sotto la riforma giolittiana della scuola, per capirci – e chiunque riusciva a separare il grano dal loglio. Ora l’analfabetismo funzionale ha contagiato una larga fetta di cittadini: non si tratta di fare dello snobismo; di additare le persone con sprezzo; di arroccarsi su chissà che cattedra; piuttosto c’è da preoccuparsi seriamente.

Allora mi chiedo quale e quanta responsabilità abbiano proprio i giornalisti, e coloro che a vario titolo fanno comunicazione, nell’arginare il dramma.

Tra i commenti su facebook sottostanti l’annuncio del mio amico dell’avvenuta iscrizione all’Albo c’è chi ha auspicato la fine della categoria. Sorvolo sul “tatto” del commentatore – non sono affari miei – ma non credo che dissolvendola si risolva il problema. Che sia alla stregua di tante altre categorie protette, monopolio di pochi e retaggio di lobbies è un conto, ma sarebbe come abolire la classe politica soltanto perché una parte è deprecabile. Insomma, buttar via il bambino con l’acqua sporca.

Sciogliere l’Albo non farebbe che aggravare il problema: non oso pensare cosa potrebbe riservarci il futuro se l’informazione, oltretutto sempre più monopolio di un’oligarchia di potere, fosse vincolata dall’esclusiva discrezionalità degli editori nella scelta dei “Montanelli in erba”.

Si assiste, talvolta quasi divertiti talaltra indignati, al proliferare di siti che si definiscono “giornali on line” in virtù dell’iscrizione al tribunale, con il solo direttore patentato giornalista, che pubblicano a casaccio – l’importante è che ci sia materiale – e che redigono articoli illeggibili per quantità di errori, grossolanerie, fanfaluche. L’accesso è gratuito e immediato; la fruizione è allargata, condivisibile, alla portata di un click; nessuno può contestare perché nemmeno si è pagato il servizio.

Accade dunque di fare il callo al linguaggio banale, scorretto; pregno di sviste, di lapsus, di punteggiature lasciate al caso o all’estro di chi dall’altra parte dello schermo ha frettolosamente pigiato sulla tastiera. Sciatteria, approssimazione, talvolta perfino la manipolazione della notizia caratterizzano certi organi d’informazione. La certosina arte del copia e incolla dagli articoli altrui. E imputiamolo alla fretta… per carità di patria.

Il pietoso velo lo si stende soprattutto quando è lampante l’asservimento a poteri forti, volente oppure nolente per esigenze di cassa: ammetto che capiti più di sorriderne che di scandalizzarsi, per questa proscinèṡi, ma la realtà non cambia.

Anziché educare al senso critico; a formarlo attraverso l’oggettività, la citazione delle fonti, una scrittura corretta… si gioca al ribasso: un po’ perché si teme di perdere il lettore di bocca buona, un po’ perché la fedeltà di una cerchia di consumatori della notizia mordi e fuggi richiede meno dispendio di energie. È un piatto pronto, preconfezionato, appetibile ai gusti tutt’altro che esigenti di chi butta un occhio perché è in pausa pranzo; al bar per l’aperitivo; ha dei buchi di tempo che non sa come riempire.

Eppure di giornalisti bravi ce ne sono ancora molti in giro.

Giovani, soprattutto. Preparati, poliglotti, acculturati, caparbi.

Capaci di incanalare sia l’energia della loro età sia la rabbia verso ciò che osservano intorno in articoli in grado di appassionarti nel leggerli, di coinvolgerti e di stimolarti.

Artisti della penna. Vi invito a cercarli, ne vale la pena… non sarà tempo perso davvero.

 

 

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3 Commenti

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  • toc toc…
    posso???
    ieri ho visto la tua pagina grazie all’aiuto che hai dato a Massimo della Pena su fb! mi sono incuriosita e sono venuta a fare un girino!
    se ho capito bene… che bel lavoro che fai! son posti quelli da conservare e custodire gelosamente, così come le cose che contiene!
    hai ragione in cio che dici in questo articolo… spesso si generalizza ed anche i giovani che sono entusiasti e hanno voglia di fare e dire le cose giuste e reli faticando per arrivare ad articoli veri e ben scritti poi si ritrovano a dovere combattere contro lo scetticismo…
    ma io sono sicura che alla fine la buona volontà ripaga sempre!
    ciao!

    • Luca Bedino

      Ciao, hai ragione: la buona volontà, la determinazione, la caparbietà premiano. Però trovo ingiusto che per ottenere un risultato si debbano investire energie supplementari, alimentate dall’andare controcorrente, quando dovrebbe bastare la bontà del risultato. E trovo immorale il contrario, che è la prassi: a risultati scadenti segue un successo in virtù delle raccomandazioni, dell’adulazione o del servilismo politico.

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