Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Per necessità, per piacere, per svago


Nello stesso venerdì di cui ho narrato nell’articolo precedente, il crocchio di persone davanti al locale ha proseguito nelle conversazioni. L’euforia per la serata ha galvanizzato gli astanti, e alcuni trentenni lì presenti, amici tra loro, hanno cominciato a rinverdire gli anni spensierati di quand’erano ragazzini.

Li ascoltavo, integrando con l’immaginazione il racconto che man mano si faceva più accaldato.

Rievocavano i pomeriggi trascorsi nella periferia della città, che qui significa aperta campagna, con prati incorniciati da macchie di vegetazione: gaggìe, soprattutto, e cespugli di sambuco, biancospini, rovi, o filari di salici lungo i campi coltivati.

L’aria intrisa di gradevole profumo, grazie agli allevamenti suinicoli.

L’ebrezza degli spazi aperti e solitari raggiungibili a piedi o in bicicletta.

Nulla di straordinario.

Fino a che il ricordo non s’è concentrato sulla loro intraprendenza adolescenziale.

Nel senso che mentre i coetanei si limitavano a scampagnate; a bighellonare o a divertirsi con il pallone, loro costruivano capanne. E non quelle indiane, con qualche palo legato all’estremità e una coperta intorno. Gli emuli di Thoreaua smontavano i bancali di recupero presi dai magazzini e rinchiodavano le assi facendone una struttura che avrebbe fatto gola alla coppia di Nazareth, se mai fosse transitata nei paraggi quando la Vergine era in procinto di partorire.

Ero pieno d’ammirazione per loro.

Mi veniva in mente san Cristoforo, il gigante che ne edificò una in riva a un fiume dove andò a vivere. Una notte gli toccò guadare la corrente per portare sulle spalle un bimbo, e rischiò di affogare, tanto il pargolo si rivelò pesantissimo: era quel bontempone di Gesù che lo stava mettendo alla provab.

Mentre i giovanotti riesumavano frammenti dall’oblio citando anche chi, più grande di loro, andava poi a distruggerle, pensavo all’idea della capanna iniziatica, cara a Proppc, che aveva studiato quelle narrate nelle fiabe, con le loro caratteristiche di isolamento, di mistero, di rituali che vi avvenivano dentro. Sorridevo tra me e me, constatando quanto stessi galoppando con la fantasia.

Neppure troppo però.

A un certo punto infatti uno dei presenti rivelò il perché le costruissero. Risate crasse degli altri, con le teste altalenanti ad annuire e confermare.

Chi pensa che l’intenzione nascesse da una passione per il birdwatching arriva relativamente vicino alla risposta, ma solo se prende per buona l’ambivalenza del termine uccello. Questo perché, oltre ad osservarlo, lo si esercitava nella peculiare attività solitaria propria dell’età adolescenziale.

E anziché becchime o vermicelli, esso veniva allettato da riviste lasciate lì, nello spazio intimistico creato dalla penombra; l’interno comunque non era troppo buio, apposta per rimirare la galleria d’immagini che rivestivano le pareti lignee.

Una comprensibile alternativa per tappezzare l’ambiente senza spendere un capitale con la carta da parati in stile William Morris.

Proprio così: rigorosamente a turno la combriccola entrava dentro, e ciascuno – protetto da una certa privacy – trovava sollazzo nel liberare gli umori impellenti che la pubertà produce in gran copia.

Assolte le incombenze fisiologiche ricominciavano soavi – e alleggeriti – a divertirsi e a trascorre il restante tempo libero insieme.

Ora, quanto mi ha colpito della loro singolare attività di falegnameria non è l’uso dello strumento – ché a questa propensione al “fai-da-te” ci siam passati tutti, ad eccezione di san Domenico Savio – bensì la disinvoltura e la naturalezza con la quale vissero questa esperienza.

Lontana anni luce dalla dimensione travagliata e intrisa di sensi di colpa che invece toccò a me.

E, presuppongo, a buona parte della mia generazione allevata a catechismo e a precetti pesanti come macigni. All’epoca la vergogna era tale da limitarci a dichiarare al confessore d’aver peccato verso il sesto comandamento… “da solo”. Seguivano ammonizioni, consigli, e un Pater Ave Gloria di penitenza.

Oggi ne sorrido. Ancor più pensando che al pentimento provato ogni volta, e alle caparbie risoluzioni di non cader più in tentazione… si cedeva repentinamente al vizio antequam gallus cantet.

Mi chiedo quanto fosse assurda, illogica e castrante questa educazione morale!

Per non dire del pudore esagerato sull’argomento, come se a palesarlo dalla viva voce si sarebbe squarciato il cielo per incenerirci all’istante, senza neppure avere il tempo di diventar ciechi… o di vedersi crescere i peli sulle mani.

 

 

Matteo Cozzo - Illustration and Graphics Matteo Cozzo - Illustration and Graphics
L’immagine realizzata per l’articolo è di Matteo Cozzo, giovane artista che già collabora con il blog.

 

 

a HENRY D. THOREAU, Walden. Ovvero vita nei boschi, Rizzoli, Milano 1964.
b JACOPO DA VARAGGINE, Leggenda aurea, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1990, p. 423.
c ENRICO GIACCHERINI, Il cerchio magico. Il romance nella tradizione letteraria inglese, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1982, p. 114.
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