Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Poteva andare peggio. Forse.


Qui la traccia audio:

Il dito pigia il campanello soffermandosi più del dovuto. Di norma è abituato a suonare con moderazione, però in questo caso indugia un po’, ma non perché abbia una particolare premura, e neppure perché smania di annunciare la salvezza eterna come fanno i testimoni di Geova. La coppia di anziane sorelle è dura d’orecchi e, se non vuole cuocere sotto il sole estivo, gli tocca farsi sentire. Tra l’altro quel pomeriggio è pure piuttosto in anticipo, dunque sa di non essere ancora atteso.

Da una finestra al primo piano che s’affaccia sul giardino si muovono le tende: una delle due deve averlo identificato.

Il cancello poco dopo si apre, e l’infermiere fa il suo ingresso nel vialetto lastricato a pietre di Luserna, incorniciato da rose, iris, vasi di petunie e di gerani. Un nano ormai logoro fa compagnia a Biancaneve, pure lei piuttosto stinta.

Nell’entrare nel pianerottolo è accolto da una piacevole frescura, che compensa l’odore di stantio tipico degli ambienti poco areati, caratterizzati da uno sgradevole sentore di muffa. Non che la questione gli crei troppi problemi: è nato e cresciuto in campagna, dove c’erano stanze disabitate, con le sedie e i divani ancora avvolti nel cellophane, che prendevano vita – per ironia della sorte – quando si sistemava la bara con un defunto dentro da vegliare accompagnato con interminabili rosari.

«Buongiorno, venga venga, è arrivato presto oggi», l’accoglie la più anziana: «che si accomodi in cucina un attimo; stavo giusto preparando il caffè. Neh che mi fa compagnia?».

«E ben! Una goccia, giusto perché lo sta facendo. Grazie».

Non ha ancora finito la frase che lo sguardo fotografa l’ambiente circostante: la tovaglia cerata a quadri, che copre il tavolo, è ancora ingombra dai residui del pranzo, e tra questi l’occhio cattura una singolarità tutt’altro che piacevole.

A chi non è mai accaduto di notare un difetto nell’interlocutore del momento, o una disarmonia che stride con il contesto? Ebbene, spesso più ci si industria nell’evitare di rimirarla troppo, maggiore sarà lo stimolo nel porvi attenzione.

Lo stesso sta succedendo al pover’uomo, che cerca in ogni modo di stornare la vista da quella disdicevole e raccapricciante stranezza, senza altro esito che guardarla con dovizia. Così, in attesa che la caffettiera gorgogli, è talmente rapito da farsi notare perfino dalla padrona di casa:

«C’è qualcosa che non va?».

«Oh no no, niente. Cioè, a dirla proprio tutta… mi stavo chiedendo cosa fosse quella… quella roba lì».

Non sapendo come definirla, e parendogli indelicato descriverla per ciò che nella sua immaginazione sembrava una spugna annerita, in avanzato stato di degrado, adagiata su foglie d’insalata che di fragrante e fresco non avevano più nulla, decide di restare sul vago.

Intanto un senso di nausea comincia a prendere il sopravvento.

Lo trattiene, evitando di pensare che davvero l’oggetto sia una spugna maleodorante imbevuta d’aceto scuro.

Sorvola altresì sul modo con cui la brava donna in precedenza avrà lavato e asciugato le vettovaglie: c’è un solo panno adagiato vicino al lavello, testimone di un’abnegazione indefessa, assai longevo nel servizio della cucina.

«Ahhh, nell’insalata? Eh beh, è sangue fritto: lo saprà anche lei quanto fa bene! Noi ce ne facciamo dare dal macellaio e poi lo accompagniamo con l’insalata: una primizia! Oh sì sì. Le fa piacere assaggiarlo per caso? Ne è avanzato…».

«No no no, grazie. Come se l’avessi preso, senza complimenti»: la supplica è accompagnata da un’espressione facciale in cui due occhi fuori dalle orbite garantiscono l’assoluta contrarietà. E attestano pure il terrore più vivo alla sola idea di ingurgitare la pietanza!

La caffettiera annuncia d’aver compiuto il proprio dovere, e di lì a poco “la tota” lo serve bollente nella tazzina. Avvicina pure la zuccheriera, che di certo ha vissuto tempi migliori: adesso le incrostazioni sui bordi palesano un uso disinvolto e poco ortodosso.

L’uomo, del tutto impossibilitato al rifiuto, si sente i sudori freddi, ed è ben consapevole di quanto lo stomaco patirà questa insana scelta.

In un barlume di lucidità, uno di quelli che talvolta consentono di salvarci la pelle grazie a un misto di fortuna e di temerarietà, esordisce verso l’anziana:

«Mentre aspetto che si raffreddi un poco, siccome adesso è bollente, lei per piacere vada di là a preparare il cotone, l’alcool e il necessario. Io arrivo quasi subito».

«Ma certo, vado subito, ci mancherebbe», e ciabattando verso la stanza si dilegua dalla vista.

Con uno scatto felino l’infermiere si alza, afferra la tazza, e disegnando una traiettoria semicircolare con il braccio lancia il caffè dalla finestra aperta.

Poi, alzando la voce per farsi udire, annuncia il suo arrivo nella camera da letto.

Pochi minuti dopo entrambi sentono aprire la porta d’ingresso.

L’altra sorella, che fino a quell’istante non s’era vista, e che l’uomo immaginava fosse fuori casa, entra imprecando:

«Ma com’è possibile? Ma che diamine? Ho tutti i capelli bagnati di caffè! Come resta sta cosa? Ero nell’orto e mi è caduto in testa».

Gli altri due si guardano l’un l’altro, in cerca di una reciproca risposta, possibilmente sensata.

L’istinto di sopravvivenza che il buon Darwin a ben ragione imputa alla preservazione della specie ancora una volta ha il sopravvento:

«Son mortificato, davvero mortificato! La colpa è mia!».

«Oh Signore! Ma perché?», chiede la prima, che non si capacita per un gesto simile. L’altra ricambia lo stupore, frammisto a un certo disagio nel vedere l’infermiere, per il quale nutrono una stima incondizionata, tanto in imbarazzo.

«Oh, lei è stata così gentile a farmi il caffè ma proprio mentre stavo per berlo c’è finita una mosca dentro! Non sono schizzinoso in niente, eccetto che per le mosche… sapendo che si posano dappertutto. Proprio non potevo berlo. Ma mai più immaginavo che ci fosse lei sotto», e nel concludere quest’accorata confessione rivolge alla donna uno sguardo di commiserazione.

«Ma certo, ma certo! Come la capisco! Fa niente, son cose che capitano ai vivi: mica l’ha fatto apposta».

«Quanto mi dispiace», aggiunge l’altra: «gliene preparo subito un altro».

All’udire questa prospettiva il malcapitato scuote il capo più e più volte. Congiunge perfino le mani, che agita su e giù al pari della testa, e in tono supplichevole conclude:

«Ci mancherebbe ancora tanto disturbo! Sul serio, grazie ma… no no no. E poi son già venuto presto perché oggi ho talmente tante cose da fare che non posso proprio più fermarmi. Però grazie, lo dico con il cuore in mano. Un’altra volta».

E senza indugiare oltre afferra la borsa da lavoro con la mano sinistra e la maniglia della porta con la destra, fiondandosi giù per le scale con la stessa frenesia con cui si fuggirebbe all’aria aperta alla prima scossa di terremoto.

Anche nelle migliori intenzioni si annida l’eventualità di procurare un danno: o a se stessi o agli altri; talvolta a entrambi.

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