Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Quei pozzi da cui non si può estrarre più nulla


Aveva avuto un esordio particolare il mio modesto coinvolgimento nella campagna referendaria così infelicemente conclusasi. Tutto accadde la sera che mi ritrovai a una riunione del comitato provinciale per i referendum. Era la seconda volta che salivo nel capoluogo: la prima, una settimana addietro, fu per sbaglio. Avevo confuso le date, arrivai nella sede prefissata e trovai delle gentili signore musulmane che cercarono come meglio poterono di spiegarmi il mio errore: loro erano lì perché l’edificio ospitava attività diversificate ma non la riunione che pensavo di trovare. La sera giusta credevo di partecipare alla pianificazione della campagna relativa ai referendum costituzionali. In parte così fu, ma durante le discussioni un giovane pose la questione del referendum “sulle trivelle”.  Non conoscevo l’argomento se non di sfuggita. C’era una sorta di perplessità, legata a quanto in Piemonte avrebbe inciso o meno una tematica simile.

Chissà fino a che punto siamo consapevoli di come un’esposizione accorata, sentita, lucida di una questione riesca a suggestionare l’ascoltatore; di certo accade quando si è visceralmente convinti e genuini nel proporla: fu così che ascoltando Alessio – questo il nome dell’assertore dell’utilità della campagna – rimasi affascinato dalla causa e mi convinsi a perseguirla, per il poco che sarei stato in grado di fare.

Ci portiamo appresso – nel bene o nel male – la responsabilità di trascinare chi ci circonda in battaglie condivisibili: tutto sta nel crederci. Si è rivelata un’impresa comunque arricchente: a parte la mole d’informazioni che mai avrei immaginato di assimilare sul tema, ho imparato parecchio sia dal contatto con chi promuove queste imprese per puro senso civico sia dall’interazione con coloro ai quali si illustravano i quesiti referendari.

Gli esiti sono noti.

Ma non è tanto questa la questione, sebbene sia ovvio che la sconfitta bruci. Piuttosto è l’amarezza che ti resta dentro per quello che l’esperienza diretta ti ha lasciato.

Voglio dire: l’astensionismo è previsto e compartecipa all’esito della sconfitta. Ma ciò che ho vissuto sulla mia pelle volantinando e incontrando sulla piazza le persone va ben al di là della libera, convinta, ponderata scelta di non presentarsi alle urne.

Ed è una constatazione terribilmente desolante. La rendo pubblica qui sopra perché se qualcuno dei vincitori di questo scontro che da tecnico si è via via fatto politico crede che il risultato premi il monito renziano di stare a casa, sta prendendo un abbaglio, almeno a parer mio, per il poco o nulla che può contare. Al Presidente del Consiglio va comunque la riconoscenza di essersi palesato: sebbene tutto subito ciò m’abbia provocato un disgusto nauseabondo, in seguito mi ha liberato dai pochissimi dubbi che potevo avere sulla sua persona e sulla sua azione politica. Ma il dramma è ben diverso e più grave: è l’indifferenza dilagante; lo scoramento diffuso tra i più; l’apatia o l’insofferenza nel farsi coinvolgere minimamente nelle vicende della nostra società che vadano oltre il proprio orticello… ad avermi colpito. C’è stato chi, in vari gruppi sui social, ha controbattuto – pure con ostilità e senza conoscermi – alle mie posizioni, giustificando l’astensionismo. Ci mancherebbe. Mi chiedo però se costoro, riferendosi a questa opzione, avessero la consapevolezza della differenza che intercorre tra chi decide di non votare per non consentire il raggiungimento del quorum, e chi non vota perché proprio non gliene importa più nulla di nulla.

Dei referendum come delle elezioni. Anzi, nutre un astio, una repulsione, un’intolleranza irrazionale.

Stiamo perdendo il contatto con il mondo reale. Il divario tra la politica e la vita quotidiana dei singoli è sempre più un solco ogni giorno maggiormente profondo. I politici dovrebbero distribuire volantini e sedersi ai banchetti: non quelli finti e artificiosi del PD, bensì questi, spartani e quasi anonimi, nelle piazze dei mercati o agli angoli di una via. Si renderebbero conto che certe “vittorie di Pirro” nascondono un vuoto che, presto o tardi, qualcuno provvederà a modo suo a colmare.

Perché a turbarmi non è l’antipolitica di chi urla contro i partiti, ma il distacco abietto e demotivato della stragrande maggioranza alla vita civile e collettiva.

Quest’astensione plateale ha l’atmosfera inquietante di un paese appestato.

Oppure  – ma spero di sbagliarmi – il fragore silenzioso della quiete prima della tempesta.

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