Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Quel che ti pare. Storie di vita oltre i cliché


Pochi giorni mi separano dalla presentazione del volume che ospita i racconti vincitori del concorso “Il colore delle donne”.

La casa editrice, assai efficiente, prepara quasi giornalmente dei post sui social in cui mi tagga.

Sono pure gradevoli a vedersi e a leggersi, come certi estratti dai racconti:

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ma non sempre li pubblico sulla bacheca di Facebook, per una sorta d’imbarazzo. Il medesimo che provavo quando, uscendo da un esame universitario, i compagni in corridoio mi domandavano l’esito, o allorché qualcuno ancor oggi mi chiede che libro stia leggendo.

Il lavoro degli editori è giusto però rimarcarlo: oltre alle selezione si sono sobbarcati l’onere della risistemazione dei contenuti, l’impaginazione e la promozione.

Non proprio una passeggiata.

La realtà dei concorsi letterari è piuttosto variegata

Alcuni per velocizzare la scelta delle opere più meritevoli affidano una prima scrematura a persone di fiducia del posto. Esse, a loro volta, distribuiscono copie dei lavori ad altri volontari, nella più fortunata delle ipotesi dando indicazioni per stilare una sorta di punteggio approssimativo.

Sovente si tratta di lettori forti, certo, ma privi di competenze. Come se il criterio per stabilire la bontà di uno scritto sia la sua leggibilità secondo i gusti di un divoratore di libri – quando va bene! – che magari ama alla follia i romanzi d’appendice ma detesta quelli di formazione.

Avvenuto un primo scarto, i fortunati scampati alla scure del giudizio sommario del primo lettore di turno passano a una giuria più selezionata.

Quanto la fortuna, la buona sorte, la divina provvidenza abbiano contato in quel frangente è facile immaginarlo!

Non sempre comunque ai componenti di quest’ultima corrisponde una competenza critica: il termine “cultura” ha una valenza talmente ampia che sovente i requisiti degli esaminatori rasentano il patetico.

Ci sono poi i concorsi che richiedono iscrizioni pecuniarie piuttosto consistenti, almeno in rapporto ai premi in palio, e non di rado è pretesa la presenza in corpore al ritiro del riconoscimento, pena il decadimento. Ciò, almeno di essere san Giuseppe da Copertino, può comportare viaggi e pernottamenti significativi per le proprie tasche. Gioco forza che il concorso sia pensato per promuovere soprattutto l’ambito locale, oppure bandito per diletto di coloro che posseggono una rendita feudale in grado di coprire spese di soggiorno non da poco.

Altri ancora ventilano cifre sostanziose, ma scorrendo le norme del Regolamento si scopre che il tesoro paventato presuppone un impegno dell’autore che andrà ben oltre allo scrivere: infatti dovrà mettere in conto una promozione personale degna di una propaganda elettorale.

Significa ridursi a pubblicizzare il proprio scritto perché ottenga valutazioni sui social; riscuota consensi da recensioni virtuali; passi pure il vaglio di una giuria di naviganti del web. Solo dopo un calvario che manco sul Golgota… arriverà il forziere stracolmo di monete sonanti.

Un’estenuante trafila con la quale si supplica a mani giunte parenti, amici e conoscenti perché lascino un like o scrivano su internet un pensiero ameno intorno al proprio racconto; un intasamento della messaggistica altrui con catene di sant’Antonio per spammare più contatti possibili; l’oblio di ogni dignità personale. Ben differente dal coinvolgimento di lettori appassionati che frequentano siti predisposti apposta per la fruizione di nuove opere, che altrimenti sarebbe arduo conoscere e valutare.

Poi ci sono i concorsi seri.

Diversi, vivaddio. Con una giuria di specialisti del settore.

Onesti in ciò che propongono: non ti renderanno ricco e neppure promettono fama imperitura, ma consentono di esprimerti, di veicolare dei messaggi impegnati, di fare esperienze sociali nuove.

Per chi volesse conoscere dal vivo una di questa realtà, l’occasione sarà a portata di mano a Torino, e prossimamente in altre città italiane:

cliché

Dai racconti degli autori che presenzieranno alla premiazione torinese,

una selezione estrapolata dalla pagina di AnankeLab:

«Perfino le superiore, colte e raffinate, pur storcendo il naso dinnanzi a certune rozzezze, le riconoscevano un di più rispetto alle consorelle eteree e delicate che alla prima brezza autunnale si temeva venissero spazzate via dal vento. Erano di una fragilità più mentale che corporea, tanto che il minimo scossone ai loro modi di pensare e di vivere rischiava di mandarle in frantumi.».

Impara l’arte e mettila da parte” di Luca Bedino.

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«Posa la tazzina sul tavolo, si sofferma per qualche secondo a osservare le sue mani, sospira rilevandone la poca eleganza e l’eccessiva vigorosità. Non sono bastati ettolitri di crema e trattamenti all’olio di Argan per trasformarle in quelle della pubblicità. Forse è stato tutto inutile.».

Lara“, di Dominique Campete.

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«Gliel’aveva proprio fatta, in tutti i sensi. Tutto sommato quel giorno aveva capito che poteva fare anche a modo suo. Non ce l’aveva con Daniele e Jonathan. Erano fatti così, autentici se non altro. Ma non era obbligato a essere come loro.».

Uno come te” di Fabrizio Defilippi.

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«Le critiche più aspre però venivano da quelle ragazze che erano state compagne di scuola di Eloisa: educate a rimanere a casa in attesa di un buon matrimonio, non si capacitavano che una loro coetanea avesse accettato di avere a che fare così spesso con i morti e con tutto il contorno.».

Agenzia viaggi di non ritorno” di Lauramaria Fabiani.

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«“Andrò a lavorare in un asilo nido come maestro, ho frequentato una scuola serale per potermi qualificare.”
Noto un leggero imbarazzo nel tono della sua voce, mi pervade la tenerezza […]. Mi sento sempre coinvolta quando una persona persevera e realizza i suoi sogni, mi smuove l’amore e le note più alte del mio essere.».

Ventiquattro” di Barbara Mirimin.

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«Marina lo precedeva e Giorgio, dietro, osservava rapito le curve della donna. Si rifece vivo l’eccitamento e per questo si arrabbiò con se stesso. “Stupido” si diceva “se lei se ne accorge, cosa penserà? Come potrà avere ancora fiducia?”. D’altra parte percepiva una sfida in quella donna, che aveva il coraggio di condurre uno sconosciuto dentro la sua casa.».


Se il mio uomo conoscesse Roland Barthes” di Giulia Penzo

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«Ormai stabilità parea trovata, 
la strada piana già sembrava,
pulzella lavorava da impiegata
e al matrimonio lei si preparava.
Eppure dentro a lei voce sentiva: 
davvero quel che vuoi finisce qua?
Davvero vita tua a questo arriva?
Davvero tutto questo è libertà?».


L’ardita pulzella” di Silvia Rossini.

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«Prego signora, mi chiamo Rachele Bianchi, il mio pass dovrebbe essere l’ultimo rimasto fra quello dei… relatori» le disse avvicinandosi al bancone con voce vellutata e uno sguardo leggermente impertinente.
La signora impallidì, comprendendo all’improvviso la figuraccia, e cercò goffamente di rimediare. 
«Dottoressa Bianchi sono imperdonabile, ovviamente si è trattato di un enorme equivoco… solo che lei – non si offenda eh – ma ha proprio l’aria di, di… di una ragazzina!» farfugliò. «Poi i relatori di questi congressi sono sempre tutti uomini…».


L’algoritmo della felicità” di Elena Correggia.

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«Quella foto trasmise a Renzo un enorme senso di bellezza e beatitudine. Quella donna racchiudeva nella sua pancia tutto quello che lo faceva stare bene; seduto su quella poltrona color dentifricio, sentì una voglia irrefrenabile di pane e cioccolato, di mare, di biglie, di costruzioni, di tuffi e sì, persino di compiti.».

Fuori discussione” di Giada Tommei.

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