Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Quel panda di nome cortesia


Una serena convivenza tra mortali non per forza coincide solo con l’astensione all’uso delle armi. È già un buon passo – per carità – ma ritengo che si potrebbe fare di più. Qualcuno obietterà non senza ragione che trattenere i nervi quando si cammina per la via e dinnanzi ci si trova uno sbarramento di passeggini a passo di lumaca, che bloccano il transito – magari pure in giorno di mercato –, sia una scelta pacifista al pari della marcia del Mahatma Gandhi. Difficile dar loro torto.

Ma insisto, gioverebbe a tutti uno sforzo aggiuntivo nel dimostrarci cortesi l’un con l’altro.

La cortesia, già. Una pratica mai decaduta, vivaddio. Almeno nella forma più conosciuta, ovvero la cortesia affettata. Basti pensare al suo uso senza parsimonia quando si corteggia una persona che ci piace, e a come essa si dissolva con il passar del tempo, allorché il «mi passi il sale…» ne avrà suggellato il definitivo tramonto, a tavola, dopo qualche annetto di convivenza assodata.

O all’altrettanto comune cortesia interessata, blandita con la grazia soffusa dell’adulatore che non si risparmia dinnanzi all’autorità di turno: inchini, saluti benauguranti, passo ceduto davanti a un ingresso, accendini estratti con la destrezza del prestigiatore con il coniglio dal cilindro non appena il potente s’infila una bionda in bocca.

Potrei sbagliarmi, ma forse è la cortesia spontanea e gratuita quella in via d’estinzione.

La pratica della gentilezza tanto per fare, non richiesta né dovuta, sta scomparendo. Condividi il Tweet

Nessuna legge civile – che mi risulti – la impone come obbligo.

Credo che siano perfino spariti i cartelli dai tram che suggerivano di cedere il posto alle persone anziane o alle donne incinte. O i moniti a non bestemmiare per non urtare le anime pie. O gli inviti a non sputare per terra, se non si è dei lama.

Finisce che ne perdiamo la consuetudine. Eppure ci vorrebbe così poco.

A me accade spesso di constatarne la mancanza.

Siccome scendo a casa dal lavoro a piedi, mi succede abbastanza di frequente di fare un salto, nel secondo pomeriggio, al grande supermercato situato piuttosto vicino a dove abito.

Non faccio la spesa classica – per intenderci: la riserva settimanale di cibarie, detersivi e amenità varie – alla quale provvede mia moglie, perché è lei sola che a pieno titolo può vantare un primato nell’economia domestica. Infatti con sano pragmatismo applica un razionamento degno dell’epoca proibizionista.

Ragion per cui non di rado mi ritrovo sprovvisto di quei generi che, a parer mio, sarebbero di prima necessità, come una bottiglia di vino o una birretta, i quali però appaiono agli occhi della mia consorte nocivi, se non deleteri, all’armonia della mia costituzione corporea. Deve avere in mente l’Apollo di Belvedere, e ogni qualvolta mi raffronta al modello winckelmanniano imputa a talune mie debolezze l’allontanamento dal canone classico di bellezza.

Rimedio quindi passando di persona a ritirare dallo scaffale la panacea per “far buon sangue”.

Dunque, con una sola bottiglia in mano, mi reco alla cassa.

Lì, come prevedibile, tocca attendere, in un’ora di punta qual è la fascia preserale.

Massaie, casalinghe, impiegate e mamme con pargoli al seguito sono intente a caricare il nastro scorrevole di ogni ben di Dio.

Provviste oculate in vista di carestie, pandemie e crisi economiche mondiali. Talvolta si direbbe che debbano sfamare l’intera arca di Noè. Ma va bene così, anzi, è un far girare l’economia quasi quanto ad altri girano gli attributi vedendo riconfermato lo stesso governo che ci s’illudeva s’eclissasse dietro a un novello sole.

Ebbene, mai che capiti a qualcuna di loro, in procinto di riversare da quel pozzo di san Patrizio che è il carrello della spesa le ricchezze della cornucopia… mai che capiti loro di azzardare un cenno per farmi passare.

Sia chiaro: non vanto alcun diritto né posso pretenderlo. Si tratta di cortesia, la variante gratuita.

D’altronde neppure ci si conosce. Forse non ci si incontrerà mai più nella vita.

Passando dinnanzi son consapevole che sottrarrei due-tre minuti della loro vita. E capisco che questa manciata di tempo potrebbe essere utile un domani per fare «ciao» con la manina, o per alzare il dito medio quale estremo commiato da questo mondo, a seconda delle circostanze e di chi sarà presente al capezzale.

Però… ecco… escluso questo approccio ontologico, mi domando cosa spinga l’umanità ad essere tanto chiusa in se stessa da lasciare ad aspettare un figlio d’Adamo per parecchio, anziché consentirgli di togliersi dai piedi.

Vero che l’attesa mi permette di stilare un inventario dettagliato delle altrui abitudini domestiche; dei gusti e delle inclinazioni dei consumatori; e anche di notare alcune varianti caratteriali che si esplicano in piccoli gesti intuibili soltanto con un’osservazione prolungata e circostanziata… ciò non di meno potrei perfino farne a meno.

Può essere che alla cortesia si sostituisca il giudizio morale: vedendomi con una sola bottiglia di vino, tenuta tra le mani come si reggerebbe una sacra reliquia, venga etichettato alla stregua di un alcolista. Di conseguenza subisco la punizione che la società riserva a un vizioso: doversi abituare fin in questa valle di lacrime ad aspettare il Giudizio universale.

La prossima volta magari comprerò degli assorbenti… chissà se in quella circostanza potrò far leva, se non sulla cortesia, almeno sulla proverbiale sensibilità femminile.

3 Commenti

  • Buongiorno,
    mi chiedo se la mancanza di cortesia, gentilezza gratuita, non vada a braccetto con la poca attenzione verso l’altro… vedo tanta gente passeggiare a testa bassa, senza guardarsi intorno; in questo modo non si vede cosa ci circonda e col tempo si perde l’abitudine a fare attenzione a tutto questo… persa quell’abitudine, ci interessa sempre meno come stanno gli altri e senza quell’interesse viene da sé non essere cortesi ma restare chiusi nel proprio “bozzo”.

    • Ignorante con stile

      Ciao, anche io constato questo atteggiamento: non ci si guarda più intorno. Può essere che talvolta esso sia generato dalla paura degli altri: c’è così tanta aggressività, malafede, diffidenza in giro che si preferisce tener la testa bassa. Un tempo il gesto di un anziano che avesse accarezzato la chioma di un bambino, seppur mano nella mano della madre, sarebbe stato interpretato come benevolo. Oggi il nonnino rischierebbe il linciaggio, senza troppi scrupoli. A me è accaduto ieri sera in un locale di osservare una persona e farle un cenno di saluto – l’avevo scambiata per un altro – e solo dopo, scusandomi, ci si è presentati, ma il frangente antecedente l’ho passato perplesso, temendo che avesse frainteso il mio gesto.
      Quanto una volta era naturale oggi è filtrato da pregiudizi.
      Talaltra invece l’atteggiamento è proprio un distaccarsi da chi ci circonda, per cui il disinteresse – come ben dici – non stimola neppur più alla cortesia, chiusi come si è in se stessi.
      Dovremmo recuperare il piacere di relazionarci con il mondo. Magari più con quello reale che non, soltanto, con il virtuale.

      • Credo anche io siano molteplici le cause di questo indurimento generale, detta anche “stitichezza sentimentale” intesa come difficoltà a relazionarci con semplicità e cortesia, a volte anche con la stessa leggerezza che si usa in montagna quando qualcuno incrocia il tuo cammino, almeno questo ho sempre visto fare da mio padre e ancora oggi a me viene da farlo notando quanto sia proprio un comportamento generalizzato: si sorride e si augura buon cammino: ed è con quella semplicità di intenti e leggerezza nel sorridere che si dovrebbe camminare per le strade e sotto i portici.
        Io ogni tanto lo faccio anche in paese e mi accorgo che ad un saluto sorridente difficilmente non si risponde, un po’ come dire gentilezza chiama gentilezza e così via…

Login o registrati

Commenti chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: