Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Quel “vedo e non vedo” che intriga.


 

Domenica scorsa nella mia città c’era la festa patronale. Non lo dico per campanilismo e c’è poco di cui vantarsi perché è una fortuna di qualunque località occidentale, almeno di essere in balìa degli eretici protestanti, ché di santi non ne vogliono sapere, privandosi di un’occasione imperdibile di fede.

Le autorità hanno raccomandato la comunità al santo; i fedeli hanno raccomandato la propria anima; i giostrai avranno raccomandato al patrono d’intercedere per il bel tempo. A un protettore ci si raccomanda, poi lui si farà portavoce là dove conta e con chi conta. La nobile e rispettabile pratica delle raccomandazioni, squisitamente italica, ce la insegnano fin da piccoli al catechismo. Lo scellerato giorno in cui i moralisti davvero concretizzeranno quanto predicano, ovvero di debellarla, coinciderà con la fine dei culti ai patroni, ai santi e agli angiuoletti custodi, che nella raccomandazione, con tanto di candele accese, di processioni, di orazioni prestabilite ad hoc, hanno la loro ragion d’essere. Gli dei non vogliano che veda con i miei occhi il compiersi di una simile tragedia!

Quest’anno pare che la sfilata religiosa si sia arricchita pure di personaggi incappucciati. Forestieri. Da noi le persone rispettabili evitano perfino di mostrarsi in istrada con i grembiulini, le squadre e i compassi: è molto vivo il senso del pudore. Quasi quanto la modestia.

Non li ho visti direttamente quindi purtroppo non sono stato rapito dalla pietà che ispirano; li ho rimirati in fotografia e il fascino è tutto esoterico: limitante e deviato rispetto al loro venerando ruolo. E’ noto che il governo civico non sia di destra, quindi non era una delegazione del Ku Klux Klan. Non c’è motivo di essere razzisti. Tanto più che non avrebbe senso: il patrono è di origine africana… ovvio che sarebbe stato di cattivo gusto invitare proprio loro; per giunta l’accattonaggio è stato bandito da pochissimo, estirpato alla radice, lasciando a bocca vuota le velleità di certa opposizione; infine, a portare rigorosamente il velo qui sono le monache di clausura, rinchiuse nelle loro celle in pieno centro storico, alla pari dei detenuti nelle proprie – di celle – guarda caso anch’essi ospitati nel cuore della città antica. Vedi un po’, a volte… certe somiglianze.

Accennavo al fascino degli incappucciati perché, almeno a me, ha sempre stimolato il “vedo e non vedo”: esorta l’immaginazione più di quanto venga palesato fin da subito.

Mi accade anche con le persone, nella vita di tutti i giorni, allorché ne conosco di titolate, con lauree, attributi, onorificenze. Oppure ammantate di orpelli legati allo status sociale. Palandrani metaforici, celano ciò che sta sotto. Allora ti sorge spontaneo chiederti chi ci sia davvero dietro. Confesso che senza le coltri pittoresche o altisonanti o luccicanti spesso non avrei l’opportunità di socializzare con tanti. E altrettanto direbbe un bel novero di persone su di me, nonostante la sciatteria e la pochezza delle mie apparenze.

Così, a malincuore, mi trovo in disaccordo con ciò che affermava l’anima bella di François de La Rochefoucauld, da sempre citato da uno dei miei più cari amici:

«Ci guadagneremmo di più a farci vedere come siamo

che a cercar di apparire quel che non siamo».

Penso, al contrario e con la presunzione tipica degli ignoranti, che l’apparenza ci dica di più di noi rispetto a ciò che si è davvero. Siamo poco. O quasi nulla. Ebbene, l’apparenza ha il gran merito di renderci accettabili; in taluni casi desiderabili; in certuni addirittura affascinanti. Quasi sempre rispettabili.

Lo affermo partendo da una fotografia, trovata per caso sul web:

libri finti

La trovo meravigliosamente eloquente. Non riuscirei – causa i miei limiti oggettivi – a descrivere meglio la nostra società e molti dei suoi più eccellenti “membri”.

Anche se in definitiva mi tocca dar ragione al compianto duca*:

«Il desiderio di sembrare intelligenti

spesso c’impedisce di esserlo».

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*De La Rochefoucauld, François, Massime, Newton & Compton, Roma, 2005.

L’immagine in apertura è una rielaborazione dalla fotografia di Rossana Manassero, gentilmente concessami: l’artista è estranea al contenuto dell’articolo.

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