Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

… questa poi!


bufala

Il carniere delle bufale è sempre colmo, in barba alla crisi. L’ultima in cui mi sono imbattuto però non è la consueta virale che fa il suo giro sul web impreziosita da like e da condivisioni come le mestieranti di strada d’un tempo lo erano di belletto e orpelli d’oro falso. Questa ha tutto il fascino e lo stile delle fanfaluche vecchia maniera: solo via orale. È quindi veicolata da persone che non navigano su internet né appartengono a una qualche benamata famiglia di social. Persone semplici, non così ingenue da credere che gli asini volino, che le famiglie stiano arricchendosi o che il governo faccia qualcosa per i giovani – c’è comunque un limite alle assurdità che si chiama “evidenza” – ma abbastanza per bersi stupidaggini belle e buone. È bastevole che chi funge da tramite sia visto come individuo degno di fiducia: con questa credenziale non ci si sogna affatto di metterne in discussione la veridicità. Se poi a ciò si aggiunge la giusta dose di pathos, un’espressione accorata e – non ultima – l’influenza dei media e di certa propaganda, la panzana è servita come verità.

Mi è stata raccontata a un tavolino del bar, appunto da un’anima bella che era seriamente preoccupata. Non fingeva, anzi, desiderava raccontarmela per condividere la sua ansia, nella speranza che potessi esserle di un qualche aiuto. È talmente assurda che il riproporla rischierebbe di far cadere nel ridicolo qualunque individuo assennato, ma siccome non corro il pericolo di passare per tale posso concedermi il lusso di riportarla qui. A lei l’aveva raccontata una nostra comune conoscente, che al pari suo è una ragazza priva di malizia, ovvero di quelle donne sulla quarantina che meriterebbero una menzione tra le specie in via d’estinzione, tutte casa-chiesa-lavoro.

«Lei mi ha detto che a una sua amica le hanno raccontato che una coppia di brave persone aveva come vicina di casa una famiglia di marocchini. Andavano d’accordo e si facevano una gran compagnia. Siccome i due non avevano figli, capitava anche che i dirimpettai lasciassero loro i propri bambini, ogni tanto, in custodia. Alla signora capitava pure di preparare delle torte e di portargliele. Così, per gentilezza, perché si volevano bene. Mai un problema o una discussione».

Annuivo, compiaciuto per tanta solidarietà, piuttosto rara di questi tempi. Avevo inteso che la definizione di “marocchini” per lei fungesse come sinonimo di un più universale “arabi”, ma non mi pareva opportuna una puntualizzazione che sapeva di pignoleria. Il mio assenso l’ha incoraggiata nel proseguire, perché dopo questo inizio si era momentaneamente interrotta, assumendo un’espressione preoccupata, quasi a preannunciare la drammaticità dell’evento successivo.

«Un giorno i marocchini passarono dai vicini di casa, con tutta la famiglia. Era per salutarli: ritornavano in Marocco. I vicini si dispiacquero della notizia, perché s’erano affezionati. Costoro ringraziarono per l’amicizia dimostrata loro in questi anni, per tutta la stima accordata, eccetera eccetera. Nel commiato finale la madre, abbracciando la signora, le fece una promessa solenne. Disse alla donna che comunque sarebbero ritornati. Con la guerra santa».

A questo punto è toccato a me lo sguardo di stupore. Dev’essere stato istintivo: un inarcare le sopracciglia e dilatare gli occhi in simultanea. Stavo per riderle in faccia ma mi son trattenuto. Avrebbe di certo smesso di parlare e si sarebbe risentita. Dopotutto, vedendola così presa dalla storia, non avevo motivo di dubitare che stesse prendendo molto sul serio il racconto. Mi sono limitato a un timido, quasi sussurrato: «Ebbene?».

«Ebbene. Senti qui, ora arriva il bello».

«Ti ascolto, vai avanti».

«Sarebbero ritornati grazie alla guerra santa e dato che lei l’ha trattata sempre bene; le ha voluto bene; è stata brava con lei, allora pure lei avrebbe fatto altrettanto».

«Eh beh, una persona riconoscente», chioso io con una punta d’ironia.

«Fammi finire! Senti che roba: le avrebbe tagliato personalmente la gola, perché altri avrebbero potuto farla soffrire, invece lei le darà un taglio secco, senza che quasi se ne accorga!». E mima con la mano il gesto brutale dello sgozzamento. Qui si ammutolisce, attendendo la mia reazione. Serissimo, compito, preso nel ruolo di saggio le rispondo: «Per cosa pensi che mi sia fatto crescere la barba così tanto? Per sembrare un arabo e sperare così di scamparla, quando verranno per la guerra santa». Speravo che la battuta svelasse l’assurdità della bufala, invece ha sortito l’effetto contrario, tanto che l’ingenua mi ha chiesto che potrebbe fare lei. Stavo per demordere e spiegarle quanto fosse stupida. Siccome però era proprio turbata, mi son permesso di suggerirle di togliere da casa tutte le immagini sacre che tiene appese, il rametto d’ulivo benedetto, la corona del rosario in capo al letto matrimoniale. E magari di acquistare un chador.

«Ma secondo te potrei andare in giro tutta velata? Mi prendi in giro?».

Le ho illustrato i vantaggi: niente più depilazione; economie sulla pettinatrice, sugli abiti e sui trucchi. Inoltre il nero snellisce.

Solo dilazionando il discorso sono poi riuscito a farle capire quanto assurda fosse la corbelleria che m’aveva raccontato.

Pare incredibile, ma se n’è andata via con il dubbio che fosse una storia davvero accaduta.

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