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Regeni: apprendere la verità è darci dignità


Giulio Regeni sappiamo un po’ tutti chi sia (stato). Il passato è tra parentesi perché mi piace pensare che continui a vivere almeno nel ricordo collettivo.

Il 25 gennaio un po’ ovunque, perfino nella mia città, sarà possibile incontrarci nelle piazze per rivendicare verità su quanto accaduto.

Che senso ha in Italia scendere in strada per sapere i perché della morte di Regeni?

Viene da chiederselo, d’istinto. Perlomeno a me succede.

Anche perché il nostro Bel Paese vanta una collezione di casi oscuri e nebulosi da far invidia a quella di farfalle con la quale una volta s’intortavano le anime belle, per poi deviarle su altri lidi.

Tra l’altro si tratta di eventi drammatici che sovente hanno coinvolto più persone: stragi, attentati, dirottamenti, sparizioni. Un elenco capace di far passare il regime del Terrore come poco più di una monotona routine di teste ghigliottinate.

Nonostante fossero episodi eclatanti, la verità è spesso emersa in parte, quando è andata bene. Eppure la voce dei superstiti e di chi era legato alle vittime si è alzata, eccome.

Al povero Regeni è toccata una sorte infame e nemmeno qui ma in Egitto: dunque, per quanto si possa essere ottimisti, credo sia umano avere delle perplessità.

Il motivo della morte di Regeni è un mistero, non un segreto

Fin da subito i giornali e gli organi di comunicazione hanno usato il termine “mistero” per il caso Regeni. Ciò apre uno spiraglio di speranza.

In Italia infatti di solito è un’altra voce ad avere la meglio sulle risposte da dare dopo congiunture simili: segreto.

Segreto di Stato, per pubblica sicurezza, per celare lassismo o lungaggini, per mascherare loschi maneggi.

Regeni

È una parola di casa, da noi, alla quale siamo piuttosto abituati pure nel quotidiano: segreto d’ufficio; del confessionale; professionale.

E poi ci sono i servizi segreti; l’Archivio Segreto Vaticano; il segreto di Pulcinella… insomma, basta far scendere il magico sostantivo su quanto meriterebbe una risposta alle aspettative collettive ed ecco che le conseguenze si ammantano di silenzi, di “non si sa”, “non si può rivelare”, “è in attesa di conferme”.

L’opinione pubblica tende a farsene una ragione e a demordere: “tanto è coperto dal segreto”. Seguono spallucce e rassegnazione.

Cos’ha di diverso un mistero rispetto a un segreto?

Evoca scenari oscuri, ma è altresì una sfida, perché i misteri son fatti per essere risolti.

Non toccherà certo a noi disvelarlo, ma scendere in piazza stavolta può servire.

Nel senso che diventa una testimonianza attiva, soprattutto alla luce dei moltissimi che lamentano dai loro pc e dagli smartphone che bisogna “agire”. Lo rivendicano su tutto, a 360°… vuoi che non abbia senso farlo per amore della Verità?

Questa è un’occasione d’oro per passare dall’eroismo sulla tastiera alla presenza sulla piazza, in carne ed ossa.

Creiamo il precedente

Esigere verità sulla scomparsa di Giulio Regeni può trasformarsi in un esercizio di democrazia inedito.

Occorre pur iniziare per arrivare a una conclusione!

Per essere credibili bisogna metterci la faccia, alzare le nostre intorpidite natiche dalle calde poltrone di casa, affrontare il freddo e il buio: è la differenza che passa tra il dire e il fare.

Pretendere la verità è un diritto sacrosanto: almeno a questo – davvero – non possiamo rinunciare!

Regeni

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