Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Resistenza made in Italy


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Il XXV Aprile è una data che mandi a memoria non soltanto perché ad inizio anno verifichi sul calendario in quale giorno cadrà, per strapparti un sorriso di soddisfazione se consente un ponte lavorativo. Fa parte di quelle ricorrenze da celebrare incluse nel Pantheon dei doveri del buon cittadino. Siccome il dovere è l’anticamera dell’obbligo – la sua versione più edulcorata – capita di viverla quasi senza spontaneità. Oltretutto dalle nostre parti non si può non sentirne parlare: terre di partigiani, di lotta di Liberazione, di eccidi brutali tuttora vivi nella memoria di tanti, e così… un avvenimento che hai sempre dinnanzi finisce per generare una certa assuefazione.
È un’ottima occasione per cambiare i fiori di plastica ormai sbiaditi dal sole e incrostati dalla polvere presso i cippi o le lapidi sui muri, dove “il piombo tedesco” ha lasciato un segno indelebile. È altresì una delle pressoché rare opportunità per rispolverare un po’ di sana, quasi estinta, retorica, considerato che oggi la si rinviene praticamente solo sul retro delle etichette dei vini di qualità o nei necrologi sui giornali. Riesumare dal dimenticatoio un barlume di arte oratoria altisonante e roboante non guasta. Infine permette alle fioraie locali un qualche introito aggiuntivo, ché dopo le rose di san Valentino e le mimose per la festa della donna toccherebbe attendere il 2 giugno prima di far cassa, da quando ai funerali va per la maggiore “non fiori ma opere di bene”, con grave discredito all’attività lavorativa del settore.

Mi spiacerebbe passare per uno di coloro che snobbano il XXV Aprile, perché non corrisponderebbe al vero.
È pur sempre una festa più realistica del I Maggio, perché di partigiani ce ne sono ancora, sebbene piuttosto avanti con gli anni, rispetto ai lavoratori, tanto che a solennizzare quest’ultimi pare quasi una canzonatura, un gesto di cattivo gusto, con i tempi che corrono, un po’ come salutare con la manina i bagnanti, accaldati e stipati sulla spiaggia libera, dalla prua di uno yacht magari con un flût pieno e bello fresco nell’altra.
In sostanza, almeno per me, quando penso ai partigiani, a quei ventenni che lasciarono le loro città per avventurarsi sui monti tra stenti e pericoli, mettendo a repentaglio la vita, mi viene spontaneo visualizzare chi, oggi, ne ha preso il posto, più che soffermarmi sui volti dei ragazzi d’un tempo, morti per la Libertà. Alludo ai quei giovani, non molti ma ci sono, che ho la fortuna di conoscere, che studiano e lavorano per pagarsi l’università, che spendono parte del proprio tempo nel volontariato e nell’associazionismo, che non disdegnano di quando in quando di avventurarsi in discorsi impegnati sulla politica, sulla società, su quanto li circonda. Lottano, magari a propria insaputa, contro un sistema fatto di censura delle idee, di dittatura del pensiero unico superficiale e al ribasso, di imposizione anche violenta di stili di vita edonistici e individualisti. Un regime, il nostro contemporaneo, nel quale il razzismo, il monopolio di pochi su tanti, il potere che lusinga non sono da meno di quello fascista, soltanto introiettati in modo più sottile, sinuoso e impercettibile.
Ecco… i ventenni che lottano ad armi impari per far trionfare valori controcorrente, per conquistare dignità e onestà, sono a mio avviso i partigiani odierni. Finché esperimenterò la loro vicinanza e la loro “Resistenza” contro un sistema di disvalori, il XXV Aprile sarà un giorno degno di essere festeggiato, senza cadere nel nostalgico e nel sentimentalismo di maniera. Se mancassero loro questa ricorrenza non sarebbe altro che una data come tante nella cronologia di un atlante storico.

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1 Commento

  • Permettimi di parafrasare O. Wilde: La politica non deve diventare popolare: è il pubblico che deve diventare politico. Fino a quando questo pubblico sarà esiguo, gli effetti saranno minimi (per non dire inutili): come i girotondi di qualche tempo fa quando, testardamente, non si volle capire quanto fossero inutili e dannose certe “gioiose macchine da guerra”. Allora come ora, del resto. Penso che sia giunto il momento di smettere di credere che in una rivoluzione (all’italiana) l’importante è non rompere troppe porcellane; nella fase attuale una simile posizione è sterile. La resistenza fu guerra civile, altro che rivoluzione! Una guerra tra chi non voleva più subire e chi con il suo consenso, per il proprio, se pur miserabile, tornaconto o, peggio, per stupido credo aveva prodotto lo (s)fascio. Tutto ciò lo sanno bene quei pochi che ci ricordi che sono restati e che conoscono bene le ragioni per cui. Quanti sono i giovani – invece – che sanno tutto questo e ne colgono il significato alla luce di quello che sta succedendo sotto i loro occhi e che passa sulla loro pelle?

    Domi res tranquillae, eadem magistratuum vocabula [sic!, n.d.r.]; iuniores post Actiacam victoriam, etiam senes plerique inter bella civium nati: quotus quisque reliquus qui rem publicam vidisset?
    (Tacito, Annales, I, 3)

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