Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Rido nella tristezza e son triste nell’ilarità


Sono stato a vedere Quo vado?

A guardare il film, più che Zalone. L’attore, almeno per me, è il ritratto dell’opportunista che sa fiutare l’aria che tira, raccogliendo i frutti del ventennio berlusconiano, e che al di fuori del ruolo di comico è un calcolatore, il quale si compiace nell’usare l’altrui apprezzamento per far cassa – magari uscendosene pure con commenti poco felici sulle adozioni delle coppie di fatto ma calmierando la dose per non inimicarsi potenziali consumatori. Nulla di nuovo sotto il sole: basta saperlo. Mica tutti i comici devono essere dei salvatori della Patria come Benigni, che sprofonda le masse nell’Inferno dantesco non di sicuro per amor dell’erudizione. Al secondo preferisco ancora il primo: è più coerente nella messinscena per spillare quattrini.

Ci sono andato con la speranza che mi facesse sorridere, e ci è riuscito; con la consapevolezza che non fosse un film girato da Kubrick, e quindi con le conseguenti aspettative; con la certezza di non aver speso inutilmente il mio tempo e i miei soldi, dato che l’alternativa avrebbe potuto essere una passeggiata con il cane o un’ipotetica tombolata – non è un lapsus – stile pensionato.

Su Quo vado? si stanno spendendo fiumi di parole e non saranno certo le mie considerazioni a dare un valore aggiunto. Mi limito a osservare ciò che lo scorrere delle scene – godibili – mi suscitava durante la visione.

I rimandi a una realtà che si vorrebbe ben differente; alla descrizione dell’impiegato pubblico secondo certe scontate generalizzazioni; alla caricatura di un atteggiamento del Governo solo all’apparenza innovativo, ma pur sempre cinico in quel far strappare assegni – un riferimento neppure troppo velato alla punta di diamante del Jobs Act che presuppone il risarcimento per il mancato reintegro di un lavoratore –, che fanno sorridere ma anche male, perché in Italia l’atteggiamento, la predisposizione, la mentalità è quella descritta dal film, seppur esasperata.

Mi viene in mente l’osservazione di Pirandello a proposito del comico e dell’umoristico, quando descriveva l’anziana imbellettata e conciata da giovincella, la quale non poteva che suscitare risate vedendola in giro:

«Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza»*.

Ecco dunque perché ritengo che questo film si sia meritato il mio modestissimo apprezzamento: perché, almeno in me, è riuscito a suscitare il sentimento del contrario.

A farmi dire, come Giordano Bruno:

«In tristitia hilaris, in hilaritate tristis».

 


 

 

* PIRANDELLO, L’umorismo e altri saggi, Giunti Editore, Firenze 1994, p.116.

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